Che fine ha fatto dirsi “Addio”

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Qualcuno mi ha tirato le orecchie perché non ho parlato di Halloween-Samhain, la mia festa pagana preferita, importantissima data della ruota dell’anno.

Recupero ora (almeno spero).

Oggi parlerò della difficoltà di dire “addio” in una società dominata dagli “Arrivederci”.

Arrivederci falsi e ipocriti, saluti provvisori di chi non vuole chiudere per sempre una porta, per non privarsi della possibilità di riaprirla quando fa più comodo.

Ecco cosi che i posti di lavoro non vengono mai salutati “per sempre”, ma si lascia e si torna di frequente a seconda delle esigenze. Ecco che le relazioni non vengono mai chiuse “per sempre” ma si mantiene spesso uno spiraglio di possibilità di ricucirle in futuro.

A me questo andirivieni contraddittorio mi fa uscire di senno. Non perché vedo la vita in bianco e nero, anzi di colori ne vedo un sacco.

Ma gli arrivederci non li ho mai sopportati. Preferisco le persone che mi rimangono a fianco anche quando le cose vanno male, che mi vedono sbagliare e soffrire e risbagliare ancora, a chi se ne va per tornare quando la tempesta è passata.

Troppo comodo insomma.

E quando tornano, trovano la porta sbarrata e la serratura cambiata.

Non si entra ed esce a piacere dalle vite altrui, in un continuo arrivederci. Recuperiamo il nostro atavico spirito di guerriere e troviamo il coraggio di pronunciare le cinque paroline più difficili del mondo: ADDIO.

Addio a un posto di lavoro dove ci strizzano senza umanità per avere massimo profitto con minimo investimento.

Addio a una persona cara che ci ha lasciato per sempre e che non tornerà mai più, perché la storia ci insegna che nessuno è mai tornato dal mondo dei morti e la scienza ci dice che sappiamo di più sulla fisica dei neutrini che sulla morte. Addio a una relazione che non funziona, che ci logora. Addio agli amori spenti e a quelli accesi che ci fanno male. Addio all’amicizia di chi se ne infischia di noi, addio a una casa, addio a un paese, a una nazione. Addio per ricostruire, per ricostruirci, rinascere, resuscitare.

Senza la decomposizione di quello che è morto non c’è il substrato per una nuova vita.

Che questo ciclo vi aiuti a salutare con coraggio i morti e a congedare gli zombie e i fantasmi una volta per tutte.

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4 commenti Aggiungi il tuo

  1. beatrix72 ha detto:

    Molto bello grazie!

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    1. Valentina ha detto:

      grazie a te che leggi e lasci una traccia!

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  2. Niviane ha detto:

    Mi piace ciò che hai scritto. Anche a me piace tagliare i ponti, cambiare serratura, guardare altrove, dire addio a chi è amico quando gli fa comodo, ad una situazione che pesa anche se un giorno potrei pentirmi di aver detto addio. Lo so eppure dico addio lo stesso. Non mi piace chi ti chiede favori e poi al tuo wap risponde dopo tre giorni o forse mai, poi all’improvviso eccolo di nuovo che ti cerca perchè quel giorno ha bisogno di parlare. Alla fine, se non dici addio, ti trovi ad avere solo il peggio della vita (i lamenti e le paturnie di finti amici, lo stress di un lavoro poco pagato e che non ti piace e in cui sei maltrattato, gli sfoghi di un fidanzato geloso, o aggressivo, la fatica di vivere in un ambiente che ci fa star male ecc… ) , e ti ritrovi abbruttito, avvelenato, forse malato. È vero, bisogna dire addio, anche se temiamo che qualcuno o qualcosa potrebbe ancora esserci utile. Bisogna avere il coraggio di dire addio e cambiare rotta. Come dici tu, rinascere.
    Grazie per aver condiviso queste splendide considerazioni.
    Niv

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    1. Valentina ha detto:

      Grazie a te Niv per aver condiviso le tue riflessioni qui. Dire addio è complesso, ma permette di liberare spazio nella nostra vita, uno spazio creativo che può essere dedicato a qualcosa che ci soddisfa pienamente. Un saluto!

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