Il culto delle mani secondo mia nonna.

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Ricordo di infanzia.

Lei seduta in mezzo al cortile della sua casa, il grembiule a quadretti sulle ginocchia, circondata da un tappeto infinito di fiori viola con i tentacoli rossi. Io piccina, annoiata e curiosa, che insistevo per aiutarla.

“Non toccarlo! Ti macchieresti le mani!”

E così  succedeva per ogni lavoro contadino: mi proibiva di pulire i carciofi, terribili portatori di unghie nere, di dipingermi le dita di verde con fave e piselli, di rovinarmi le mani sgusciando le mandorle.

(N.B. State tranquilli, ora sto recuperando)

Mia nonna ha una vera fissazione per le mani.

Per prima cosa devono essere pulite, perché le mani dei signori, di quelli che studiano, che non hanno bisogno di lavorare in campagna, sono così, con le unghie immacolate e la pelle bianca di chi non è costretto a stare sotto il sole infuocato della Sardegna del Sud.

Sorrido perché oggi le mani che lavorano con la terra per me sono sacre.

Sorrido perché faccio parte di una generazione che per ritrovare un senso è tornata a “sporcarsi” le mani con l’artigianato e l’agricoltura, quella agricoltura piccola, che è scesa dal trattore ed è tornata alla zappa.

Cosa direbbe mia nonna? Forse direbbe “l’evoluzione inciampa”, citando un tormentone di questi mesi.

Ma noi, quelli come me, siamo felici così, cuore che canta e mani..nella Terra 😉

Il primo fiore della primavera

“I miei fiori preferiti sono i fiori selvatici, spontanei, liberi, indomabili.

Quelli che fioriscono senza essere annaffiati,

quelli che profumano di rivoluzione,

quelli che donano a se stessi il diritto a crescere in tutti i luoghi dove la gente pensa che non avrebbero potuto mai farlo. ”

Herman Aguila

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Con grandissima gioia vi annuncio che la luna dei semi, la prima luna nuova della primavera, ha visto la nascita della mia azienda agricola.

Deinas.

Stay Tuned =)

“Ma lo fai tu?” Quando l’agricoltura è una questione di genere.

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“Ma lo fai tu?” Questa è la domanda che mi viene rivolta più spesso, con tono stupito, quando racconto che coltivo la terra.

Che la Terra debba essere lavorata con forza bruta è un triste pensiero comune. Occorre penetrarla, possibilmente con macchinari a decine di cavalli, diserbarla, concimarla. Se l’erba cresce alta, raderla con il trincia. Rivoltarne la pelle ad ogni stagione, capovolgendone gli strati fisiologici. Tutti lavori che, secondo la concezione popolare, meglio che facciano gli uomini, perché le donne non possiedono la stessa prestanza fisica. Storie di tutti i giorni, che si manifestano in piccoli e grandi episodi. Ad esempio, qualche settimana fa sono entrata in un negozio a comprare un banalissimo rastrello. Mi è stato chiesto: ” Lo devi usare tu o un uomo?” Non sapevo che i rastrelli avessero un genere!

Succede spesso che mi si veda china sulla terra e per salutarmi la frase tipica sia: “E tua figlia dove l’hai lasciata?”Frase che non viene mai rivolta al padre, né mi veniva rivolta quando svolgevo un altro tipo di lavoro, di natura psicosociale (quindi forse più consono agli schemi di genere). Altra interessante domanda che ultimamente mi fanno in tanti quando preparo i bancali per la semina: “Stai coltivando fiori?” Forse le donne possono solo coltivare rose e mimose? Eppure la storia ci ha insegnato l’esatto opposto, sin da tempi antichissimi erano proprio le donne che coltivavano il cibo per la comunità, succedeva anche durante le grandi guerre e succede ancora oggi in molti paesi in via di sviluppo.

Ah, è dura sradicare la concezione che coltivare sia un fatto di uomini, con il trattore e la zappa, in una “lotta” continua con Madre Natura per ricavarne un po’ di cibo, che spesso nemmeno mangeranno perché verrà caricato su un camion e conferito a un grossista. Le donne che coltivano ci dimostrano che -per prima cosa- si mangia quello che si coltiva e si condivide ciò che avanza, che la terra va trattata con gentilezza, rispettando ogni più piccolo essere, che a volte meno si fa e più se ne ottiene. E’ bellissimo vedere che in agricoltura il numero delle donne cresce sempre di più, e dietro di loro ci sono storie di speranza, di costanza e di duro lavoro. Mi vengono in mente le mie “vicine di casa” Manuela e Marianna, ma tante altre si aggiungono alla sfida di restituire la Terra alle loro legittime custodi.