Il culto delle mani secondo mia nonna.

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Ricordo di infanzia.

Lei seduta in mezzo al cortile della sua casa, il grembiule a quadretti sulle ginocchia, circondata da un tappeto infinito di fiori viola con i tentacoli rossi. Io piccina, annoiata e curiosa, che insistevo per aiutarla.

“Non toccarlo! Ti macchieresti le mani!”

E così  succedeva per ogni lavoro contadino: mi proibiva di pulire i carciofi, terribili portatori di unghie nere, di dipingermi le dita di verde con fave e piselli, di rovinarmi le mani sgusciando le mandorle.

(N.B. State tranquilli, ora sto recuperando)

Mia nonna ha una vera fissazione per le mani.

Per prima cosa devono essere pulite, perché le mani dei signori, di quelli che studiano, che non hanno bisogno di lavorare in campagna, sono così, con le unghie immacolate e la pelle bianca di chi non è costretto a stare sotto il sole infuocato della Sardegna del Sud.

Sorrido perché oggi le mani che lavorano con la terra per me sono sacre.

Sorrido perché faccio parte di una generazione che per ritrovare un senso è tornata a “sporcarsi” le mani con l’artigianato e l’agricoltura, quella agricoltura piccola, che è scesa dal trattore ed è tornata alla zappa.

Cosa direbbe mia nonna? Forse direbbe “l’evoluzione inciampa”, citando un tormentone di questi mesi.

Ma noi, quelli come me, siamo felici così, cuore che canta e mani..nella Terra 😉

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L’arte di (non) copiare.

All’università avevo un professore coi capelli bianchi e il cipiglio serio che ripeteva sempre come l’imitazione fosse il primo meccanismo di apprendimento.

Come imparano i bambini? Imitando, imitando tutto, dal sorriso alla forchetta in mano.

Come imparano gli adulti? Imitando chi è più bravo di loro nel fare qualcosa.

Insomma, Dio benedica l’imitazione, questo speciale processo che ci permette di imparare cose nuove. I creativi lo sanno bene: spesso si prende spunto dai lavori altrui, soprattutto quando si è all’inizio. Tutti sono stati copiati: ceramisti, blogger, tatuatori, nail artist, pasticceri, poeti (soprattutto i poeti, dannazione!). Attenzione però: nello scopiazzare sono presenti vari livelli.

Lo scopiazzare all inclusive è tipico di chi taglia il copyright dalla foto e la propone come sua, di chi incolla le stesse frasi di un articolo (magari ci aggiunge una virgola, così magari non dà nell’occhio -_-), di chi confeziona pacchetti di servizi uguali a quelli del collega, di chi copia la vetrina progettata in settimane di lavoro. Le reazioni di chi viene copiato vanno dalla semplice illazione (di solito a gran voce con tono assassino davanti a un dekstop inerme e affranto) all’azione legale vera e propria. I danni alla bile non sono quasi mai rimborsati dalle Asl di appartenenza.

Lo scopiazzare soft si realizza solitamente quando la persona che copia è in crisi, non riesce a superare il dramma della pagina bianca, non ha l’ispirazione giusta per creare gioielli o per dipingere, i cupcakes vengono insipidi… così si affaccia alla finestra per spiare il vicino, non per copiare (sia mai!!!!!!!!!!), solo per “prendere spunto“. Questo è uno scopiazzare che non prevede sensi di colpa da parte di chi lo realizza, o se ci sono, si trovano ben conficcati nell’inconscio, a prova di Freud.

Infine c’è chi del copiare fa una vera filosofia di vita, io li chiamo “i mollicci” alla Harry Potter. Copiano tutto, la camminata, la borsa, il trucco, il lavoro, il credo religioso, perfino le malattie e le gravidanze. Non so cosa possa provare dentro di sè un molliccio, personalmente lo trovo di una tristezza cosmica.

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Copiare fa bene a chi è alle prime armi, c’è anche un famoso libro che sostiene questa teoria. Niente è originale, nessuno di noi è Leonardo da Vinci o Picasso, tutto è già stato inventato. Però, cazzo, andate avanti. Va bene agli inizi, quando si deve fare allenamento, trovare il proprio stile, focalizzare i contenuti etc etc. Dopo non ha senso continuare a …koff koff… “prendere spunto” dagli altri, bisogna affrontare il mostro: qual’è il centro della mia arte? In cosa posso distinguermi? Come personalizzare il mio stile rendendolo unico? E se non lo fate per voi, fatelo almeno per i poveri clienti che vi seguono e vogliono un po’ di omogeneità in quello che proponete. Mica sono scemi, i clienti, se ne accorgono subito che le banane che vendete non sono prodotte nel giardino di casa.

Nell’epoca dell’economia circolare, per un artigiano o un professionista è un grande dilemma quello di condividere o meno il suo lavoro. La paura di essere “copiato” è sempre lì in agguato, a portata di copyright. Come la penso? Che è meglio correre il rischio di essere copiati, piuttosto che far marcire le vostre opere in un cassetto o in una cartella su Windows.

E adesso firmo, non sia mai il colmo di essere copiata su un post sul copiare.

Valentina