E liberaci dal perdono.

IMG_3010.JPGCi hanno insegnato che è meglio perdonare chi ci ha fatto del male. Bisogna perdonare per essere redenti, per trovare la pace in noi stessi, ultimamente poi il perdono va di moda nei percorsi di crescita personale. C’è un certo abuso del termine, da parte di tutti.

Il perdono è una dottrina figlia della tradizione cattolica che tutto soffoca senza elaborare. Come si può perdonare qualcuno che ci ha ferito, usato, manipolato, abusato? Come si può perdonare qualcuno che non ha mai chiesto scusa, che non ha interesse a essere perdonato? Si dice che si debba perdonare per essere liberi, in effetti con il perdono, quello autentico, si libera una quota di energia (investimento emotivo soprattutto) che torna in nostro potere. Offrire il perdono autentico è raro perché la nostra anima registra le ferite e non le scorda facilmente. Si spacca in mille pezzi come un puzzle che non riusciamo a ricomporre. Rimane sempre sull’attenti, incapace di concedersi alla fiducia della relazione. E allora prima di perdonare a metà gli altri, perdoniamo noi stessi per non essere riusciti a proteggerci, a scegliere con attenzione con chi entrare in relazione.

Il culto delle mani secondo mia nonna.

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Ricordo di infanzia.

Lei seduta in mezzo al cortile della sua casa, il grembiule a quadretti sulle ginocchia, circondata da un tappeto infinito di fiori viola con i tentacoli rossi. Io piccina, annoiata e curiosa, che insistevo per aiutarla.

“Non toccarlo! Ti macchieresti le mani!”

E così  succedeva per ogni lavoro contadino: mi proibiva di pulire i carciofi, terribili portatori di unghie nere, di dipingermi le dita di verde con fave e piselli, di rovinarmi le mani sgusciando le mandorle.

(N.B. State tranquilli, ora sto recuperando)

Mia nonna ha una vera fissazione per le mani.

Per prima cosa devono essere pulite, perché le mani dei signori, di quelli che studiano, che non hanno bisogno di lavorare in campagna, sono così, con le unghie immacolate e la pelle bianca di chi non è costretto a stare sotto il sole infuocato della Sardegna del Sud.

Sorrido perché oggi le mani che lavorano con la terra per me sono sacre.

Sorrido perché faccio parte di una generazione che per ritrovare un senso è tornata a “sporcarsi” le mani con l’artigianato e l’agricoltura, quella agricoltura piccola, che è scesa dal trattore ed è tornata alla zappa.

Cosa direbbe mia nonna? Forse direbbe “l’evoluzione inciampa”, citando un tormentone di questi mesi.

Ma noi, quelli come me, siamo felici così, cuore che canta e mani..nella Terra 😉

Scappa senza far rumore

IMG_2478.JPGLe incomprensioni nelle relazioni: due individui diversi, uno davanti all’altro, ognuno con la propria valigia piena di esperienze, schemi mentali, emozioni, traumi, successi.

Le aspettative fanno pesare la valigia, un macigno che a volte avvicina, più spesso allontana. Io voglio qualcosa che tu non capisci, o che forse capisci ma non mi puoi, vuoi, dare. C’è una soluzione? Me lo chiedo spesso.

La Comunicazione Non Violenta mi ha insegnato l’ascolto autentico dei nostri bisogni e di quelli altrui. Ho imparato a non passare subito ai giudizi quando ascolto l’altro, ma è proprio vero che quello che ti dico smette di essere quello che ti “volevo” dire e diventa “quello che tu capisci che ti ho detto”. Forse noi esseri umani siamo destinati all’incomprensione reciproca eterna.

Così falliscono le relazioni, per incapacità comunicative, non certo perché l’amore finisce, quello non muore mai, semmai si trasforma in nuove forme.

Le relazioni finiscono quando si smette di comunicare, di sforzarsi di costruire un vocabolario comune, di interrogarsi in continuazione su quello che si vuole comunicare all’altro molto prima di parlare. E’ troppo faticoso comunicare, eppure la comunicazione può assumere mille forme, quella rugosa di una lettera scritta a mano, quella simbolica di un disegno o sublime di una poesia. Siamo pigri, manipoliamo le parole per quello che ci fa comodo. Quando arriva il momento di metterci nudi davanti all’altro, scappiamo.

Ci sentiamo falliti già in partenza, non abbiamo fiducia nel potere della comunicazione autentica. E’ un senso di frustrazione che forse ci è stato insegnato, eppure siamo organismi che hanno bisogno di costruire legami per sopravvivere, legami che danno voce ai nostri bisogni (non alle nostre avidità) e ai bisogni degli altri.

Troppo impegnati a soddisfare i bisogni indotti dalla società del sono-perchè-consumo, non sappiamo riconoscere quelli autentici. E quando nella relazione con l’altro si sfiora l’autenticità, la paura ci assale, scappiamo a gambe levate, senza nemmeno far rumore.

Una questione di radici

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Voglio andare dritta al punto, una volta per tutte.

Non è vero che quando le cose vanno male hai l’opportunità di cambiare.

Ti hanno detto una bugia.

Quando stai male, il tuo partner ti ha mollato, il tuo lavoro ti stressa, i chili di troppo si fanno sentire, in quei momenti non puoi cambiare granché. Quando soffri infatti ogni spiraglio di luce può sembrarti la soluzione definitiva ai tuoi problemi. Ogni nuovo lavoro, nuovo uomo, nuova dieta, diventano allettanti. Basta che si scelga, la mente nell’indecisione non sa stare.

Le crisi ci offrono l’opportunità di esplorare il vasto repertorio di possibilità che abbiamo. Ma poi dobbiamo scegliere. E sarà la qualità della nostra scelta a determinare se è avvenuto un reale cambiamento.

La differenza si verifica quando sei a dieta da sei mesi, quando hai smesso di uscire con il primo che capita e ti godi la solitudine con te stessa, quando hai mollato un cliente che ti portava solo guai o hai mandato a quel paese il tuo lavoro logorante per svolgerne un altro, tra dubbi e speranze.

Lì, proprio lì, stai scrivendo una nuova pagina  della tua vita, stai accumulando il potere di dire “no” alle soluzioni facili, sarai in grado di rifiutare se il tuo cliente ti richiama o il tuo ex ti rivuole o il dessert calorico ti tenta.

Me lo hanno insegnato le piante, ancora una volta. Ho coltivato i primi semi di primavera e dalle cellette di polistirolo è nato un bosco di foglioline dai gambi esili. Quando ho iniziato a sfoltirle (sigh! la parte più difficile, in cui devo scegliere chi sopravvive o no, altrimenti nessuna avrà spazio a sufficienza per crescere), mi sono accorta che questi minuscoli germogli avevano delle radici lunghissime. Così ho preso un altro semenzaio e le ho messe lì, ad una ad una, senza sopprimere nessuna. Chi vorrà, vivrà.

La natura vuole vivere, la spinta alla vita è fortissima, chi mette radici forti ha il diritto di avere una seconda possibilità. Sempre. E’ questione di radici.

 

Sali da Bagno naturali: infografica

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