E liberaci dal perdono.

IMG_3010.JPGCi hanno insegnato che è meglio perdonare chi ci ha fatto del male. Bisogna perdonare per essere redenti, per trovare la pace in noi stessi, ultimamente poi il perdono va di moda nei percorsi di crescita personale. C’è un certo abuso del termine, da parte di tutti.

Il perdono è una dottrina figlia della tradizione cattolica che tutto soffoca senza elaborare. Come si può perdonare qualcuno che ci ha ferito, usato, manipolato, abusato? Come si può perdonare qualcuno che non ha mai chiesto scusa, che non ha interesse a essere perdonato? Si dice che si debba perdonare per essere liberi, in effetti con il perdono, quello autentico, si libera una quota di energia (investimento emotivo soprattutto) che torna in nostro potere. Offrire il perdono autentico è raro perché la nostra anima registra le ferite e non le scorda facilmente. Si spacca in mille pezzi come un puzzle che non riusciamo a ricomporre. Rimane sempre sull’attenti, incapace di concedersi alla fiducia della relazione. E allora prima di perdonare a metà gli altri, perdoniamo noi stessi per non essere riusciti a proteggerci, a scegliere con attenzione con chi entrare in relazione.

Scappa senza far rumore

IMG_2478.JPGLe incomprensioni nelle relazioni: due individui diversi, uno davanti all’altro, ognuno con la propria valigia piena di esperienze, schemi mentali, emozioni, traumi, successi.

Le aspettative fanno pesare la valigia, un macigno che a volte avvicina, più spesso allontana. Io voglio qualcosa che tu non capisci, o che forse capisci ma non mi puoi, vuoi, dare. C’è una soluzione? Me lo chiedo spesso.

La Comunicazione Non Violenta mi ha insegnato l’ascolto autentico dei nostri bisogni e di quelli altrui. Ho imparato a non passare subito ai giudizi quando ascolto l’altro, ma è proprio vero che quello che ti dico smette di essere quello che ti “volevo” dire e diventa “quello che tu capisci che ti ho detto”. Forse noi esseri umani siamo destinati all’incomprensione reciproca eterna.

Così falliscono le relazioni, per incapacità comunicative, non certo perché l’amore finisce, quello non muore mai, semmai si trasforma in nuove forme.

Le relazioni finiscono quando si smette di comunicare, di sforzarsi di costruire un vocabolario comune, di interrogarsi in continuazione su quello che si vuole comunicare all’altro molto prima di parlare. E’ troppo faticoso comunicare, eppure la comunicazione può assumere mille forme, quella rugosa di una lettera scritta a mano, quella simbolica di un disegno o sublime di una poesia. Siamo pigri, manipoliamo le parole per quello che ci fa comodo. Quando arriva il momento di metterci nudi davanti all’altro, scappiamo.

Ci sentiamo falliti già in partenza, non abbiamo fiducia nel potere della comunicazione autentica. E’ un senso di frustrazione che forse ci è stato insegnato, eppure siamo organismi che hanno bisogno di costruire legami per sopravvivere, legami che danno voce ai nostri bisogni (non alle nostre avidità) e ai bisogni degli altri.

Troppo impegnati a soddisfare i bisogni indotti dalla società del sono-perchè-consumo, non sappiamo riconoscere quelli autentici. E quando nella relazione con l’altro si sfiora l’autenticità, la paura ci assale, scappiamo a gambe levate, senza nemmeno far rumore.

Primavera, tempo di aspettarsi il meglio

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Non ero pronta, ma è arrivata. Con il suo carico di fiori, cinguettii, piacevole torpore delle membra e della mente. La primavera, risveglio ufficiale di Madre Natura.

I semi sono diventati teneri germogli con due, quattro foglioline. Alcuni non sono nati. Altri si sono seccati. Altri ancora non erano buoni semi, sono marciti.

Nell’orto, i bancali biointensivi sono pieni di vita. Le foglie rompono lo strato di paglia per cercare la luce.

Ho tante nuove piantine di cui prendermi cura, il tempo e l’energia per rimuginare su quello che poteva essere ma non è stato, non c’è.

Il vento delicato, che profuma di mare, porta l’ebbrezza di nuovi amori, di nuove intuizioni. Esploriamo curiose nuove strade, rispettando sempre il patto di amarci per prime.

La primavera ci insegna ad aspettarci il meglio, a continuare a lavorare sui progetti che abbiamo scelto di portare avanti. Lei li farà sbocciare. Madre Natura è potente, grandiosa, creatrice di una bellezza grandiosa con il minimo sforzo.

Una questione di radici

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Voglio andare dritta al punto, una volta per tutte.

Non è vero che quando le cose vanno male hai l’opportunità di cambiare.

Ti hanno detto una bugia.

Quando stai male, il tuo partner ti ha mollato, il tuo lavoro ti stressa, i chili di troppo si fanno sentire, in quei momenti non puoi cambiare granché. Quando soffri infatti ogni spiraglio di luce può sembrarti la soluzione definitiva ai tuoi problemi. Ogni nuovo lavoro, nuovo uomo, nuova dieta, diventano allettanti. Basta che si scelga, la mente nell’indecisione non sa stare.

Le crisi ci offrono l’opportunità di esplorare il vasto repertorio di possibilità che abbiamo. Ma poi dobbiamo scegliere. E sarà la qualità della nostra scelta a determinare se è avvenuto un reale cambiamento.

La differenza si verifica quando sei a dieta da sei mesi, quando hai smesso di uscire con il primo che capita e ti godi la solitudine con te stessa, quando hai mollato un cliente che ti portava solo guai o hai mandato a quel paese il tuo lavoro logorante per svolgerne un altro, tra dubbi e speranze.

Lì, proprio lì, stai scrivendo una nuova pagina  della tua vita, stai accumulando il potere di dire “no” alle soluzioni facili, sarai in grado di rifiutare se il tuo cliente ti richiama o il tuo ex ti rivuole o il dessert calorico ti tenta.

Me lo hanno insegnato le piante, ancora una volta. Ho coltivato i primi semi di primavera e dalle cellette di polistirolo è nato un bosco di foglioline dai gambi esili. Quando ho iniziato a sfoltirle (sigh! la parte più difficile, in cui devo scegliere chi sopravvive o no, altrimenti nessuna avrà spazio a sufficienza per crescere), mi sono accorta che questi minuscoli germogli avevano delle radici lunghissime. Così ho preso un altro semenzaio e le ho messe lì, ad una ad una, senza sopprimere nessuna. Chi vorrà, vivrà.

La natura vuole vivere, la spinta alla vita è fortissima, chi mette radici forti ha il diritto di avere una seconda possibilità. Sempre. E’ questione di radici.

 

Imbolc, l’amore che ritorna

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Non ho mai smesso di andare per campi e boschi, nonostante la pioggia, il gelo e il vento implacabile che soffia in quest’Isola.

Adoro vivere la natura in solitaria, tra sentieri deserti e pozze di acqua torbida che cercano di interrompere il cammino.

E’ la mia vocazione al wilderness, tutti i giorni, tutta la vita.

Da un pò di tempo mi sono accorta che qualcosa è cambiato.

Ci avviciniamo a un nuovo ciclo.

I Celti lo hanno chiamato Imbolc, magico periodo che si situa a metà strada tra il solstizio di inverno e l’equinozio di primavera. Viene celebrato in onore alla Dea Brigid, a cavallo tra l’ultima notte di gennaio e il primo giorno di febbraio.

Imbolc ci avvisa che è tempo di scrollarci di dosso la letargia dell’inverno: è il momento di rinascere.

L’amore fa ritorno, in compagnia della luce.

In grande segreto, la natura si sta risvegliando.

Nei campi, piccoli fiorellini bianchi, arancioni e lillà macchiano il verde del fogliame.

Le gemme si gonfiano, pronte ad esplodere.

E noi come possiamo sintonizzarci con questo periodo?

Coltiviamo semi nuovi. Facciamo spazio a nuovi progetti, nuove amicizie, nuovi amori. Scegliamo con cura cosa vogliamo seminare, salutiamo definitivamente il vecchio per poter accogliere il nuovo, con il cuore pieno di speranza.

A Imbolc si rinnova il mio voto di fiducia con Madre Terra.

Le gemme si apriranno, i fiori sbocceranno. Lo so.

Il cuore ha un posto fisso.

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Lo regaliamo, lo prestiamo, lo mettiamo nelle cose che facciamo. Ce ne priviamo per darlo a chi puntualmente ci deluderà per il solo fatto di essere diverso, altro da noi, incapace di capire le nostre aspettative. Pezzetti di cuore si spargono per terra come cocci taglienti di porcellana, li raccogliamo stretti nel pugno, cercando di rimetterli insieme. Ma il puzzle è disconnesso, pieno di buchi che sanguinano. Perché il cuore non si dona, il cuore ha un posto fisso dentro di noi. Lì e solo lì deve stare, sicuro nella sua casa, saldo nelle sue radici di sangue ed energia, informato del corpo, delle emozioni, dei pensieri. Non possiamo privarci del cuore, non possiamo diventare notti infinite che mai conosceranno l’alba. Teniamolo ancorato al petto e impariamo a condividere i suoi moti, ma a non spostarne mai l’asse di rotazione.

Dentro i libri le piccole cose.

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E’ stata una vigilia strana, senza luci di festa, senza shopping, trascorsa ad impacchettare 30 anni di vita racchiusi in una decina di metri quadri (color lillà).

Fare spazio, ridurre all’essenziale, adibire ad altro, con urgenza.

E’ sempre difficile scegliere i libri da cui separarmi, per donarli e rimetterli in circolazione in modo che possano raggiungere nuovi cuori.

Ho imparato a non affezionarmi agli oggetti, ma con i libri è dura. Ne ho preso uno dallo scaffale in alto. In piedi sulla sedia, osservavo le pagine ingiallite e la rilegatura scucita.

Non era mio: forse proveniva da quei mercatini in cui mi piace rovistare.

Dal libro è scivolata una vecchia foto, che ritrae un fiore che germoglia.

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Credo di magnolia, ma chi-lo-sa.

Mi è sembrata una splendida coincidenza, un regalo del Solstizio d’Inverno, un messaggio tutto per me.

La luce ritorna, dopo tanto buio. Abbiate cura dei vostri germogli.

Valentina

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Tempo di Yule

Con il solstizio d’inverno si inaugura il magico periodo conosciuto come Yule (21-23 dicembre), celebrato nella tradizione cattolica con il Natale.

Si festeggia la nascita di un Dio di luce perché, anche se in maniera a noi impercettibile, la luce solare riprende la sua avanzata.

Il buio diminuisce, istante dopo istante.

La Terra sembra dormire.

Eppure il seme di ogni specie vivente è custodito nel suo cuore, in attesa del tempo giusto per germogliare.

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I pochi frutti rimasti appesi sugli alberi penzolano secchi. Non sono stati colti, sono sopravvissuti alla fame degli uccelli e all’ingordigia dei vermi. Non si sono offerti come cibo per la vita e ora il loro ciclo è finito.

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I giovani ramoscelli avanzati dalla potatura degli alberi di cotogno hanno deciso di buttare un germoglio, che si è presto trasformato in una foglia pelosa.

147999762510606 (1).jpgIl sottobosco è un fermento di funghi e muschi, di ogni colore, di ogni forma. Nascosti nel tappeto di foglie, i funghi portano sul cappello le tracce della terra da cui sono esplosi.

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Solo le pigne sembrano resistere, abbarbicate sui rami, difese dagli aghi pungenti, consapevoli di essere il miglior ornamento degli alberi di Yule.

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Il culto del freddo, il vento del Nord

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Dicembre è il sole che inganna.

Qualche giorno fa è arrivato il vento gelido dal nord, uno sconosciuto visitatore che ha causato mani screpolate, foglie avvizzite, animali disorientati. Il freddo ha aperto le porte alle mitiche suggestioni di questo ciclo dell’anno, che culminerà con il Solstizio d’Inverno.

Il Nord è una nuvola di immagini: bianchi orizzonti di neve, fate di ghiaccio, troll, vecchie streghe dagli impronunciabili nomi, calore di camini, polverosi libri di fiabe che si sfogliano con reverenza. Il nord è l’ago della bussola quando il viandante si perde, sono gli occhi puntati sulla Stella Polare. E’ il fascino ineffabile dell’Aurora Boreale.

“Ci sono un’infinità di esseri che non trovano posto in estate, in autunno o in primavera. Tutte quelle creature un po’ timide e strane che non stanno bene in nessun posto. Così se ne rimangono nascoste tutto l’anno e poi quando il mondo bianco e tranquillo e le notti sono lunghe, allora osano mostrarsi”. Così scriveva Tove Jansson nel suo “Magia d’Inverno”. Viaggiando dentro le leggende di un Nord Mitico di cui non sappiamo dove iniziano e finiscono i confini, scopro orsi che vivono come re e sposano bellissime fanciulle, ragazzi puniti per aver offeso i Troll, bambine di neve che vivono solo una notte.

Dicembre ci porta l’incanto, la meraviglia, le luminarie intermittenti, le musiche dei carillon, il culto del Freddo, l’abbraccio del Nord.

 

 

 

 

Piccole Magie con la Luce.

Venerdì si è levato un vento fortissimo che mi ha svegliato all’alba. Non sono riuscita a riprendere sonno così tra una carezza e l’altra ai gattoni mi sono persa ad osservare le raffiche che spazzavano via le foglie e piegavano le fronde degli alberi. Sembrava non finisse mai. Poi il vento ha smesso di ululare ed eccola, la pioggia.E’ arrivata in pompa magna. Improvvisa, abbondante. Enormi gocce d’acqua bussavano alle finestre.

Oggi il cielo grigio mi ricorda quello inglese. L’aria frizzantina, l’odore di caffè tostato, gli stivali che affondano nell’erba soffice, il profumo della terra bagnata…sensazioni che si sono impresse irrimediabilmente nei ricordi sparsi dei viaggi autunnali nel Regno Unito.E così ho portato un pò di Inghilterra a casa,  a mio modo, nel fugace tentativo di “catturare” gli ultimi, coraggiosi, raggi del sole.

Con un prisma a forma di cuore e tante perline blu brillanti ho creato un Sun Cacther. Non so se abbia un corrispettivo in italiano. Di solito si realizza con cristalli o vetri particolari che messi alla finestra riflettono la luce scomponendola in mille colori. Da piccola mi divertivo a realizzarne intuitive versioni con le gocce di cristallo dei vecchi lampadari. Poi correvo all’impazzata per catturare i riflessi sulle pareti.

Di sicuro farà impazzire i gatti. Che ne dite?

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