Infinitamente meno

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Si inizia così.

Ti fa sentire importante, unico, non sostituibile.

Nella baraonda della quotidianità l’amore arriva come un faro che illumina le nostre giornate.

È un cannone che ti lancia nel cielo, ti fa sfiorare le nuvole, ti illude di giocare con le stelle, poi ti butta giù, di botto, di brutto.

Le telefonate che non arrivano. Le frasi che cadono nel vuoto immobile dell’indifferenza, i muri sempre più fortificati in cui ci si rifugia per non chiarirsi. Il display del cellulare diventa un nostro nemico da tenere a bada, si accende e si spegne, insieme alle nostre speranze che oscillano. Quel brillare luminoso che aveva acceso la nostra vita svanisce, non ci lascia nemmeno la cenere per rinascere come fenici.

La verità forse è questa: le persone pensano a noi infinitamente meno.

Infi di quello che crediamo.

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Il sapore delle cose

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Quest’anno ho assaggiato le ciliegie più buone del mondo ed è stata la mia rovina. Ogni singola ciliegia che ho mangiato dopo non era mai così saporita, così bella, così dolce come quelle. Aver conosciuto un sapore cosi piacevole mi ha rovinato tutti gli altri. Quelle ciliegie sono diventate un termine di paragone per valutare la qualità delle altre.

Con le persone succede lo stesso. Assaggi le loro vite, emozioni, sogni, desideri, ti nutri del loro corpo, delle loro braccia, dei baci, degli intrecci di mani. Ma se le perdi cerchi invano di sostituirle con qualcun’altro.

Non funziona, anzi, aumenta la malinconia per ciò che è perduto. Soprattutto le donne, quelle dal sapore forte, che ti rimangono in testa tutto il giorno, che ritrovi nelle canzoni alla radio, che la notte ti auguri di sognare.

Quelle donne che non sono uguali a nessun altro a parte se stesse, diverse dalle altre ma piene di sapore.

Se le assaggi succederà come le ciliegie, non troverai sapore in nient’altro.

La vita insipida è facile, monotona, piena di certezze. Per apprezzare i sapori ci vuole tanto coraggio.

Vino da femmine

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Di vino non me ne intendo affatto e in generale non sono una grande estimatrice (ok adesso potete cancellarmi dalla lista “letture radical chic”!).

Una volta durante un pranzo ne ho assaggiato uno, rosso, frizzantino leggero e piacevole che mi ha colorato le guance in fretta. Ho chiesto al produttore di che si trattasse e lui ha risposto: “Certo che ti piace, è biu de femmina”. Intendeva dire che era un vino leggero, che di solito piace alle donne.

Esistono vini da uomini e vini da donne? Non lo so. Esiste un modo di vivere le emozioni diverso tra uomini e donne? Si, credo di sì.

I discorsi di genere sono sempre pericolosi, stabilire chi fa cosa, chi non lo fa, è una sconfitta in partenza. Eppure i dati parlano: le donne amano troppo, fino ad ammalarsi, fino a morire. Amano troppo i partner, gli amanti, i figli, i genitori, gli amici. Spesso non hanno mezze misure. Si lasciano andare alle emozioni del momento, perché la vita in bianco e nero in fondo non ci piace. E il grigio lo odiamo.

Nelle relazioni vogliamo gli arcobaleni, i fulmini, le tempeste, le lagune blu di calma e desiderio. Il silenzio dell’altro lo detestiamo tutte, nessuna esclusa. Anzi forse per noi non c’è torto più grande del silenzio, dell’indifferenza. Vogliamo il movimento, il fluire denso degli eventi, il prendere e lasciare, abbandonarsi e reincontrarsi sempre diversi, sempre nuovi.

Ci ubriachiamo di vita, stando attente a non farci del male, leggere, frizzanti, come un vino da femmine.

L’imperfezione

 

 

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C’è sempre qualcosa che non va, qualcosa da correggere, qualcosa da sistemare.

La gramigna che ricresce, una pianta che soffre, quel lavoro che si rimanda da mesi, la perenne sensazione come genitori di non fare mai abbastanza.

Appena raggiunto un traguardo, non si fa in tempo a goderne che nuove urgenze subito pretendono attenzione.

La televisione, le riviste patinate, le foto scelte accuratamente sui social media, celebrano la perfezione. Gli orti ordinati, i frutti perfetti, le verdure brillanti, le relazioni felici tra due persone che sorridono complici davanti all’obiettivo della macchina fotografica.

Spesso il confronto ci sgonfia. Allora è meglio non guardare gli altri, se questo significa essere infelici.

Io coltivo una bellezza disordinata,  che nella sua imperfezione trabocca di gioia di vivere. Ogni frutto, fiore, foglia, animale è diverso l’uno dall’altro, originale, irripetibile. Ogni relazione è unica,  piena di tesori e di buchi neri.

Non mi importa degli standard. Ci sono sempre stata stretta dentro i canoni decisi dagli altri. Oggi ho voglia di stare nel qui e ora, oggi celebro l’imperfezione.

Il torrente di montagna

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Ieri sono tornata nel bosco, ormai ci vado sempre più spesso. Prima cercavo la giustificazione di “cercare erbe”, ora ci vado e basta, mi fa stare bene. Il caldo della pianura ti soffoca, il vento costante della collina asciuga il respiro. Nel bosco invece c’è una brezza fresca che ritempra l’anima. Finalmente ieri sono scesa al torrente di montagna quasi asciutto visto l’annata di grave siccità. La terra gonfia di acqua e di vegetazione mi ha inondato con il suo soffio freddo. L’acqua era gelida. Ho pensato che se fossi rimasta appesa alle aspettative altrui non avrei potuto sperimentare questa simbiosi sacra. Se avessi continuato a camminare nelle strade tracciate dagli altri, quelli che dicono di sapere cosa è meglio per te, non avrei mai conosciuto per caso quel sentiero che porta al torrente. Sarei rimasta impigliata a camminare nelle paludi altrui, dove l’autenticità sarebbe affogata nelle sabbie mobili del conformismo.

Nel frattempo, seduta sulla riva del torrente, la cicuta mi guardava attenta, lei che di veleni è maestra, non conosce il vero veleno delle nostre relazioni: le aspettative.

Con questo pensiero in testa, ho raccolto un po’ di acqua tra le mani, e mi sono lavata la faccia. Benvenuto Giugno, che profumi di estate.

Da un fiore all’altro. L’amore seriale.

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La grande domanda che mi affligge di questi tempi: perché i miei vicini coltivano solo un tipo di pomodoro? Anzi, al massimo due: quello da conserva e quello da insalata.

C’è qualcosa che loro sanno e che mi sfugge.

Io amo i pomodori, quando ero piccola la nonna a merenda mi preparava il pane con pomodoro, olio e basilico e lo mangiavo ghiotta, anche se mi venivano i puntini rossi vicino alla bocca, che da grande avrei chiamato intolleranza al nichel. Lo amo così tanto che  ne sto coltivando nove varietà, e sinceramente mi paiono pure pochine.

Mi piace la diversità nei campi, le specie diverse che convivono tra di loro, i colori straordinari di un raccolto variegato piuttosto che i grandi numeri di una mono-produzione, di un solo sapore, un solo profumo.

Ecco i grandi numeri non li sopporto soprattutto nelle relazioni, quelle che si stringono per “fare numero”.

Rimango sempre stupita nel vedere con quanta facilità si mette fine a un rapporto per iniziare a coltivarne altri centoventi simultaneamente. Come se le relazioni fossero un mercato, e noi consumatori frettolosi che curiosiamo tra una bancarella e l’altra, assaggiando un pò di qua e un pò di là. O forse la mia è solo una gelosia sotterranea verso chi riesce a chiudere i rapporti in fretta, senza rimorsi, senza ripensamenti, ansioso di esplorare nuovi porti.

Non ci sono mai riuscita, chiudere una storia d’amore o un’amicizia mi ha richiesto lavori di anni e anni, alcune cicatrici poi sono sempre aperte, nonostante tutto l’iperico con cui le ho curate.

Io sono quella che al mercato va sempre dai soliti produttori a comprare, che sono anche un pò amici, che si sono meritati la mia fiducia col tempo. E nelle relazioni ho fatto voto di povertà, nel senso che preferisco averne poche ma buone, anzi ottime. L’essere umano è uno straordinario miracolo, non un oggetto da consumare e buttare via una volta finita la curiosità nei suoi confronti.

Scegliere di chi circondarci è il primo vero atto d’amore verso noi stessi.

 

Ti amo perché esisti.

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La settimana appena trascorsa è stata all’insegna di un vento terribile, che ha spezzato i rami dei pomodori e causato grandi mal di testa. Non avevo baby sitter disponibile così ho portato Brigida con me, nei campi. Lei si diverte tantissimo a contatto con la natura, però io devo seguirla con attenzione oltre che svolgere le mansioni quotidiane indispensabili: seminare, raccogliere, curare, rincalzare, impacchettare, irrigare.. il lavoro con la terra non finisce mai.

Vivo in una nazione dove i genitori come me, quelli che lavorano “in proprio” (così come le migliaia di mamme disoccupate che non possono permettersi di accettare un colloquio di lavoro perché non sanno con chi lasciare i pargoli.. tragicomico vero?), non ricevono nessun bonus di aiuto per l’inserimento al nido, nè agevolazioni di nessun tipo. Anzi, contribuiscono con le tasse a pagare quelle altrui. Questo perché  in Italia piove sempre sul bagnato. (fine momento lamentele,  giuro). Questa premessa per dire ancora una volta che i figli ti cambiano la vita, soprattutto se non hai aiuti di nessun tipo. La strizzano, la stravolgono, la riducono all’essenziale in termini di amici, impegni, soldi, relazioni. Senza contare che a un figlio cerchi di dare quello che tu per primo non hai avuto, il che diventa una missione impossibile. Io ad esempio cerco di dare a Brigida l’amore incondizionato, quell’affetto che si prova indipendentemente da tutto. Sono vissuta nel modello culturale “ti voglio bene perché sei brava”, uno schema davvero pericoloso, che causa frustrazione continua perché  manca sempre qualcosa per ricevere l’amore perfetto degli altri. Te lo devi sudare, te lo devi meritare. Ecco io da oggi voglio amare anche se gli altri non soddisfano le mie aspettative, anche se non se lo “meritano”. Inizio da mia figlia, perché Lei la amo davvero solo perché esiste. Buona festa a tutte le mamme, perché hanno avuto il coraggio di far camminare nel grande vasto mondo un pezzo della loro anima, perché tutti i giorni combattono battaglie che nessuno vede e vanno avanti, sempre  ❤️

E liberaci dal perdono.

IMG_3010.JPGCi hanno insegnato che è meglio perdonare chi ci ha fatto del male. Bisogna perdonare per essere redenti, per trovare la pace in noi stessi, ultimamente poi il perdono va di moda nei percorsi di crescita personale. C’è un certo abuso del termine, da parte di tutti.

Il perdono è una dottrina figlia della tradizione cattolica che tutto soffoca senza elaborare. Come si può perdonare qualcuno che ci ha ferito, usato, manipolato, abusato? Come si può perdonare qualcuno che non ha mai chiesto scusa, che non ha interesse a essere perdonato? Si dice che si debba perdonare per essere liberi, in effetti con il perdono, quello autentico, si libera una quota di energia (investimento emotivo soprattutto) che torna in nostro potere. Offrire il perdono autentico è raro perché la nostra anima registra le ferite e non le scorda facilmente. Si spacca in mille pezzi come un puzzle che non riusciamo a ricomporre. Rimane sempre sull’attenti, incapace di concedersi alla fiducia della relazione. E allora prima di perdonare a metà gli altri, perdoniamo noi stessi per non essere riusciti a proteggerci, a scegliere con attenzione con chi entrare in relazione.

Buon compleanno Strega del Sud

“Siamo state streghe, siamo sempre state sorelle. Ci prendevamo per mano mescolando la luce della luna, correvamo nude e ci vestivamo del vento del sud..”

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Ci sono libri che possono cambiarti la vita o il modo di pensare.

“Big Magic” lo ha fatto con me, insegnandomi una cosa curiosa: ogni volta che qualcosa ti va storto, non deprimerti ma fai un’azione compensativa. L’autrice, che sognava di vedere pubblicati i suoi libri, ogni volta che riceveva una lettera di rifiuto, spediva la bozza a una nuova casa editrice. Così io un anno fa ho preso la decisione di non occuparmi più di comunicare per “gli altri” e ho iniziato  a scrivere per me stessa. Ho ritrovato il piacere di scrivere senza un motivo particolare, solo perché attraverso la scrittura riesco a fare chiarezza, a riflettere e a condividere la mia visione del mondo che a volte mi sembra così divergente da quella comune.

Un 25 aprile di un anno fa ho proclamato la mia personalissima resistenza.

Quest’anno ho incontrato molte persone che hanno seguito le mie avventure un po’ selvatiche e un po’ coltivate, ma tutte magiche. Molti di voi mi hanno scritto per ringraziarmi e alcuni mi hanno anche un po’ odiato. Lo so, a volte nemmeno io mi sopporto per il fatto di vivere così intensamente,  voler andare fino in fondo e fare chiarezza. Non ne posso fare a meno, prendetemi così come sono 😜

La Strega del Sud ringrazia tutti i suoi amati lettori per questo anno passato insieme. Ad maiora!

Ci possiamo sentire da soli anche quando siamo in due.

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Questa è la storia di T. e R. Si conoscono da 20 anni e sono sposati da 15. Hanno una vita regolare, un mutuo, qualche grattacapo, due figli, molti conoscenti e pochi amici. Fanno le vacanze, praticano sport due volte alla settimana, utilizzano i social network. Sesso una volta alla settimana, circa (a volte nulla, a volte due). I ricordi della forte attrazione reciproca dei primi tempi di corteggiamento hanno lasciato spazio a un profondo affetto. Non è un problema per T., felice della sua vita, della famiglia, del lavoro, degli amici. R. non è felice. In un primo momento ha provato a condensare la frustrazione di un vuoto di emozioni con le passioni, sport soprattutto. Poi ha avuto qualche avventura extraconiugale di poco conto, che lo ha lasciato più vuoto di prima. Poi di nuovo gli hobby, poi si è innamorato, casualmente. Con l’amore è arrivata la paura, il terrore di perdere quanto faticosamente costruito in tutti quegli anni per andare incontro a qualcosa di affascinante ma sconosciuto. Come molti, R. preferisce non scegliere e vivere a metà tra il matrimonio rassicurante e la relazione extraconiugale adrenalinica. Fino a quando durerà.

Ci possiamo sentire da soli anche quando siamo in due. Fiori della stessa pianta, alberi del medesimo bosco, che guardano il sole, non dialogano mai tra loro. A volte dopo qualche mese appena, a volte dopo qualche decennio di vita insieme, succede che il muro si è alzato troppo e non riusciamo più a vedere l’altro. Ne avvertiamo la presenza nella materialità densa di tutti i giorni, negli impegni, nell’abitazione condivisa, nella lista della spesa, nel calore sotto le coperte. Ma spesso succede che ognuno ha seguito la sua strada e le mani intrecciate si sono allentate, i sentieri divisi. Ci si chiede sempre più spesso: “Cosa condivido con lei/lui?” Nel corridoio di casa il silenzio è una presenza inquietante, rompe le consuetudini quotidiane e illumina, veloce, circospetto, ombre che è meglio ignorare. C’è un universo di emozioni che il partner non conosce e forse voi ignorate il suo.

Il prezzo della passione è l’angoscia, il prezzo della sicurezza è la noia del quotidiano. Le coppie troppo spesso si sacrificano all’altare della sicurezza. L’altro perde rapidamente il mistero che ci aveva tanto affascinato all’inizio della relazione. E noi perdiamo il nostro fascino, la nostra unicità viene normalizzata, diventa scontata. C’è chi è affamato di emozioni e viaggia alla scoperta di nuovi mondi, in nuovi amori, sconosciute relazioni. C’è chi rimane perché nella comodità della routine ci sta comodo, magari non ama i cambiamenti e preferisce non farsi troppe domande. Sono quelli che sorridono a denti stretti nelle foto di circostanza, che fanno finta di nulla alle cene con gli amici, quelli che “come-stai-tutto-bene”, sempre. Poi ci sono i coraggiosi, quelli che non ci stanno, quelli che odiano i muri di silenzio, che all’amore vero ci credono sul serio e pagano il prezzo della separazione. Scelgono di dividersi, nonostante tutto, nonostante il mutuo, i figli, il lavoro, gli amici in comune. Scelgono di rispettare se stessi, scelgono di rispettare l’altro, perché sanno che una relazione a metà non è un dono per nessuno. E’ un palliativo.