Ma narcisisti e vampiri sono le stesse persone?

 

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Che tristezza.

Le belle piante di fave del bancale sinergico sono state attaccate da un parassita. Una specie di giglio, l’orobanche, che a vederlo da fuori è puro carino, sembra un grosso asparago orlato di fiorellini bianchi. Innocuo, si direbbe. Per fortuna la mia fedelissima zappetta con un colpo solo ne ha illuminato la vera natura: un bulbo mostruoso che si  attacca alla radice delle piante, indebolendole e limitandone la produzione.

Mentre con infinita pazienza li estirpavo ad uno ad uno, mi sono ricordata di un argomento che mi sta molto a cuore: la relazione affettiva con i narcisisti patologici e i vampiri energetici. So tutto di loro perché è una vita che li attiro in ogni rapporto possibile: amici, amiche, partner, capi, colleghi di lavoro.. Eppure continuano a stupirmi (e continuo ad attirarli, sigh!)

Narcisisti lo siamo tutti, è fisiologico, con l’avvento dei social network poi lo siamo anche di più, alcuni però lo sono in dosi letali (per gli altri). Lungi da me volerne dare un quadro patologico,  mi limiterò a un bozzetto rapido che permetta di capire di cosa stiamo parlando.

I narcisisti sono attratti come calamite dalle persone empatiche.  Se lo sei, apri bene le orecchie. Loro si avvicinano a te, ti lusingano, ti fanno cadere in un processo di idealizzazione continua. Mentre stai ancora sognando a occhi aperti ti hanno già incastrato dentro la trappola della manipolazione, che assume mille e millanta forme, perché i narcisisti sono pure creativi. Dopo un idillio intenso in cui tu stai già per credere che forse-forse hai trovato la donna/l’uomo dei tuoi sogni, rovesciano tutto. Alcuni rimangono vicino per distruggerti l’autostima, altri sparisconodistruggendola comunque. Così, senza motivo logico. Non spariscono per sempre, ritornano, non si potrebbe dire quando, a che intervallo, come. Tornano, perché le loro vittime sono davvero preziose, perchè vogliono essere adorati e supplicati, perchè vogliono giocare (per loro si tratta solo di questo, non provano sentimenti) al gioco sadico della manipolazione che tanto lusinga il loro piccolo ego. Di solito, durante l’assenza, i narcisisti non piangono lacrime salate sul cuscino pensando a voi, ma instaurano nuove relazioni con altre vittime, in modo da essere riforniti di energia in ogni momento della giornata ogni singolo giorno e -ovviamente- all’insaputa di tutti. Quando tornano, ripropongono i bei vecchi tempi, l’idillio di una relazione perfetta, tutto quello che desiderate e che non vi daranno mai, perché i narcisisti sono totalmente incapaci di donare qualcosa. Si limitano a prendere, saccheggiando. L’unico loro lavoro è alimentare la persona fantastica di cui voi credete di essere innamorati/e, ma che in realtà non esiste. E si continua, anni dopo anni, un gioco perverso senza fine, a furia di chiarimenti, riappacificazioni, allontanamenti.

Ci sarebbe da scrivere una Divina Commedia dei narcisisti, la rete è piena di siti e forum dedicati a questa problematica. “Name the game to stop the game”, chiama il gioco con il suo nome per interromperlo. Se queste parole sul narcisismo vi suonano familiari, informatevi, chiedete aiuto a persone competenti, vogliatevi bene ed uscitene. Spezzate le vostre catene, ce la farete, ne sono certa.

Mentre le orobanche mostravano i loro rivoltanti tentacoli arancioni alla furia della zappa, mi sono tornati in mente alcuni articoli su un fenomeno di cui tanto si parla: i vampiri energetici, persone che ti succhiano l’energia vitale. Li riconosci perché dopo che hai a che fare con loro ti senti stanco e spossato o addirittura di cattivo umore mentre loro appaiono arzilli e ricaricati. Che lo facciano con consapevolezza o meno, i vampiri si cibano della tua forza, perché la loro si è esaurita e da soli non riescono a rigenerarla. Tutti noi abbiamo avuto quell’amico/a che torna ciclicamente per angosciarci con i suoi problemi, pretendo di essere aiutato/a nello sbrogliare i pasticci che ha creato…fino a quando la situazione non si risolve e lei/lui scompaiono di nuovo. Oppure il collega dell’università che prima degli esami seminava terrore sul professore in questione, dichiarava di non aver studiato e poi usciva con un 30 e lode. Ecco quello era un vampiro. I vampiri infatti cercano di abbassare le nostre difese e farci sentire depressi, impauriti, stanchi o agitati in modo da poterci rubare energia e tempo a loro piacimento.

La relazione con un narcisista è simile a una droga, interromperla provoca crisi di astinenza, continuarla provoca ansia divorante. La relazione con un vampiro energetico causa invece profonda stanchezza e confusione.

Sia i narcisisti che i vampiri vogliono una cosa dagli altri: nutrimento. Essere ascoltati, aiutati, ammirati, desiderati, implorati, insultati. Sono loro a scrivere le regole del gioco, orari, luoghi, modalità di comunicazione, scambi accettati: se vuoi la loro considerazione sei “costretto” a sottostare alle loro leggi. Non danno mai nulla in cambio, tutto gli è dovuto. Provate a chiedere aiuto a un narcisista o un vampiro, dopo una serie di scuse senza fine (a volte nemmeno quelle) spariranno nel vuoto… è anche un ottimo modo per liberarsene. Entrambi, narcisisti e vampiri ostentano particolari ricchezze o abilità, ma non le condividono con nessuno. Infatti a uno sguardo attento, noterete che la solitudine li contraddistingue, chissà come mai!

N.B. ho imparato che spesso se le persone sono sole, c’è un ottimo motivo!

Spesso l’unica difficilissima arma a disposizione delle vittime è interrompere ogni contatto. No Contact totale.

E se narcisisti e vampiri energetici fossero facce diverse di uno stesso fenomeno che porta alcuni esseri umani a parassitarne altri?

Non ho risposte, però mi è venuto in mente che le orobanche (quei gigli parassiti di cui parlavo all’inizio) si possono cucinare e sono deliziose gratinate in padella. Narcisisti e vampiri no, la relazione con loro è disfunzionale al 100%, portano solo distruzione delle nostre risorse personali. Il paragone non regge, le orobanche alla fine non meritano questo. Forse narcisisti e vampiri sono più simili ai papaveri, belli, affascinanti, crescono qua e là senza affezionarsi a nessuno e non profumano di nulla.

Valentina

 

Il culto delle mani secondo mia nonna.

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Ricordo di infanzia.

Lei seduta in mezzo al cortile della sua casa, il grembiule a quadretti sulle ginocchia, circondata da un tappeto infinito di fiori viola con i tentacoli rossi. Io piccina, annoiata e curiosa, che insistevo per aiutarla.

“Non toccarlo! Ti macchieresti le mani!”

E così  succedeva per ogni lavoro contadino: mi proibiva di pulire i carciofi, terribili portatori di unghie nere, di dipingermi le dita di verde con fave e piselli, di rovinarmi le mani sgusciando le mandorle.

(N.B. State tranquilli, ora sto recuperando)

Mia nonna ha una vera fissazione per le mani.

Per prima cosa devono essere pulite, perché le mani dei signori, di quelli che studiano, che non hanno bisogno di lavorare in campagna, sono così, con le unghie immacolate e la pelle bianca di chi non è costretto a stare sotto il sole infuocato della Sardegna del Sud.

Sorrido perché oggi le mani che lavorano con la terra per me sono sacre.

Sorrido perché faccio parte di una generazione che per ritrovare un senso è tornata a “sporcarsi” le mani con l’artigianato e l’agricoltura, quella agricoltura piccola, che è scesa dal trattore ed è tornata alla zappa.

Cosa direbbe mia nonna? Forse direbbe “l’evoluzione inciampa”, citando un tormentone di questi mesi.

Ma noi, quelli come me, siamo felici così, cuore che canta e mani..nella Terra 😉

Il primo fiore della primavera

“I miei fiori preferiti sono i fiori selvatici, spontanei, liberi, indomabili.

Quelli che fioriscono senza essere annaffiati,

quelli che profumano di rivoluzione,

quelli che donano a se stessi il diritto a crescere in tutti i luoghi dove la gente pensa che non avrebbero potuto mai farlo. ”

Herman Aguila

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Con grandissima gioia vi annuncio che la luna dei semi, la prima luna nuova della primavera, ha visto la nascita della mia azienda agricola.

Deinas.

Stay Tuned =)

Scappa senza far rumore

IMG_2478.JPGLe incomprensioni nelle relazioni: due individui diversi, uno davanti all’altro, ognuno con la propria valigia piena di esperienze, schemi mentali, emozioni, traumi, successi.

Le aspettative fanno pesare la valigia, un macigno che a volte avvicina, più spesso allontana. Io voglio qualcosa che tu non capisci, o che forse capisci ma non mi puoi, vuoi, dare. C’è una soluzione? Me lo chiedo spesso.

La Comunicazione Non Violenta mi ha insegnato l’ascolto autentico dei nostri bisogni e di quelli altrui. Ho imparato a non passare subito ai giudizi quando ascolto l’altro, ma è proprio vero che quello che ti dico smette di essere quello che ti “volevo” dire e diventa “quello che tu capisci che ti ho detto”. Forse noi esseri umani siamo destinati all’incomprensione reciproca eterna.

Così falliscono le relazioni, per incapacità comunicative, non certo perché l’amore finisce, quello non muore mai, semmai si trasforma in nuove forme.

Le relazioni finiscono quando si smette di comunicare, di sforzarsi di costruire un vocabolario comune, di interrogarsi in continuazione su quello che si vuole comunicare all’altro molto prima di parlare. E’ troppo faticoso comunicare, eppure la comunicazione può assumere mille forme, quella rugosa di una lettera scritta a mano, quella simbolica di un disegno o sublime di una poesia. Siamo pigri, manipoliamo le parole per quello che ci fa comodo. Quando arriva il momento di metterci nudi davanti all’altro, scappiamo.

Ci sentiamo falliti già in partenza, non abbiamo fiducia nel potere della comunicazione autentica. E’ un senso di frustrazione che forse ci è stato insegnato, eppure siamo organismi che hanno bisogno di costruire legami per sopravvivere, legami che danno voce ai nostri bisogni (non alle nostre avidità) e ai bisogni degli altri.

Troppo impegnati a soddisfare i bisogni indotti dalla società del sono-perchè-consumo, non sappiamo riconoscere quelli autentici. E quando nella relazione con l’altro si sfiora l’autenticità, la paura ci assale, scappiamo a gambe levate, senza nemmeno far rumore.

Primavera, tempo di aspettarsi il meglio

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Non ero pronta, ma è arrivata. Con il suo carico di fiori, cinguettii, piacevole torpore delle membra e della mente. La primavera, risveglio ufficiale di Madre Natura.

I semi sono diventati teneri germogli con due, quattro foglioline. Alcuni non sono nati. Altri si sono seccati. Altri ancora non erano buoni semi, sono marciti.

Nell’orto, i bancali biointensivi sono pieni di vita. Le foglie rompono lo strato di paglia per cercare la luce.

Ho tante nuove piantine di cui prendermi cura, il tempo e l’energia per rimuginare su quello che poteva essere ma non è stato, non c’è.

Il vento delicato, che profuma di mare, porta l’ebbrezza di nuovi amori, di nuove intuizioni. Esploriamo curiose nuove strade, rispettando sempre il patto di amarci per prime.

La primavera ci insegna ad aspettarci il meglio, a continuare a lavorare sui progetti che abbiamo scelto di portare avanti. Lei li farà sbocciare. Madre Natura è potente, grandiosa, creatrice di una bellezza grandiosa con il minimo sforzo.

Storia di un’ape che torna.

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Era un lunedì di vento qualunque tra le file di cavoli, che stavano andando in fiore. Scrutavo tra i rami alla ricerca di qualche broccolo ancora arzillo, quando su una foglia ho incontrato lei, una minuscola ape dalle lunghe corna.

Forse cercava riparo dalla tempesta di vento che di lì a poco si sarebbe abbattuta senza pietà sul campo. L’ho presa in mano e mi sono accorta che non riusciva a volare. Non potevo lasciarla lì, l’ho messa in una scatolina e portata a casa. Qualche goccia di glucosio l’ha subito rianimata, e l’indomani, con la complicità di un bel sole, l’ho liberata tra i fiori.

Poi, mercoledì mattina, appena aperta la porta che dà sul terrazzo, ho sentito un bzz bzz familiare. Appoggiata sulla piastrella della cucina, c’era la mia amica dalle corna lunghe. Era proprio lei, perché un’ape Eucera Longicornis non è così facile da trovare in città. I suoi habitat sono a forte rischio. Quante sono le possibilità scientifiche che un’ape selvatica possa far ritorno da un essere umano? Nessuna, eppure è successo. Così l’ho riportata in terrazzo, in un vaso di fiori gialli di cime di rapa.

Si è tuffata impolverandosi felicemente. Sembrava su un’altalena, su e giù, un gioco continuo. (video al link qui)

Poi di nuovo ferma, paurosa nella mia mano.

“Sei un’ape amica mia, vola!”

Ha finalmente spiegato le ali ed è volata via, in un soffio.

Non so se l’apicoltura entrerà mai nella mia vita, ma una cosa è certa.

Mi sono innamorata delle api selvatiche.

Ps: grazie agli amici della pagina BeeSogno per avermi aiutato nell’identificazione dell’ape 🙂

“Ma lo fai tu?” Quando l’agricoltura è una questione di genere.

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“Ma lo fai tu?” Questa è la domanda che mi viene rivolta più spesso, con tono stupito, quando racconto che coltivo la terra.

Che la Terra debba essere lavorata con forza bruta è un triste pensiero comune. Occorre penetrarla, possibilmente con macchinari a decine di cavalli, diserbarla, concimarla. Se l’erba cresce alta, raderla con il trincia. Rivoltarne la pelle ad ogni stagione, capovolgendone gli strati fisiologici. Tutti lavori che, secondo la concezione popolare, meglio che facciano gli uomini, perché le donne non possiedono la stessa prestanza fisica. Storie di tutti i giorni, che si manifestano in piccoli e grandi episodi. Ad esempio, qualche settimana fa sono entrata in un negozio a comprare un banalissimo rastrello. Mi è stato chiesto: ” Lo devi usare tu o un uomo?” Non sapevo che i rastrelli avessero un genere!

Succede spesso che mi si veda china sulla terra e per salutarmi la frase tipica sia: “E tua figlia dove l’hai lasciata?”Frase che non viene mai rivolta al padre, né mi veniva rivolta quando svolgevo un altro tipo di lavoro, di natura psicosociale (quindi forse più consono agli schemi di genere). Altra interessante domanda che ultimamente mi fanno in tanti quando preparo i bancali per la semina: “Stai coltivando fiori?” Forse le donne possono solo coltivare rose e mimose? Eppure la storia ci ha insegnato l’esatto opposto, sin da tempi antichissimi erano proprio le donne che coltivavano il cibo per la comunità, succedeva anche durante le grandi guerre e succede ancora oggi in molti paesi in via di sviluppo.

Ah, è dura sradicare la concezione che coltivare sia un fatto di uomini, con il trattore e la zappa, in una “lotta” continua con Madre Natura per ricavarne un po’ di cibo, che spesso nemmeno mangeranno perché verrà caricato su un camion e conferito a un grossista. Le donne che coltivano ci dimostrano che -per prima cosa- si mangia quello che si coltiva e si condivide ciò che avanza, che la terra va trattata con gentilezza, rispettando ogni più piccolo essere, che a volte meno si fa e più se ne ottiene. E’ bellissimo vedere che in agricoltura il numero delle donne cresce sempre di più, e dietro di loro ci sono storie di speranza, di costanza e di duro lavoro. Mi vengono in mente le mie “vicine di casa” Manuela e Marianna, ma tante altre si aggiungono alla sfida di restituire la Terra alle loro legittime custodi.

Siamo biblioteche.Sul consumo delle relazioni.

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Siamo biblioteche, non centri commerciali.

Biblioteche straordinarie, con gli scaffali di libri che arrivano fino al cielo, di tutti i generi, vecchi e nuovi. Profumiamo di carta e di matite colorate. Siamo fatti di sussurri e di silenzi, di risate che scoppiano improvvisamente, di occhi che si guardano oltre le copertine dei libri.

Sempre alla ricerca di qualcosa che ci rappresenti dentro i libri, scriviamo con passione le pagine della nostra anima.

Quando amiamo noi vogliamo continuare ad essere biblioteche, felici di accogliere chi entra nel nostro mondo di carne, idee, emozioni, pensieri. Salutiamo con piacere chi si avvicina con timidezza per chiedere in prestito, per fermarsi a leggere, per curiosare tra gli scaffali. Chi viene da noi in punta di piedi, con reverenza. E invece succede che diventiamo spesso negozi, grandi catene di centri commerciali dove le persone entrano ed escono con indifferenza, prendendo qua e là quello che vogliono. Rubano intuizioni, sogni, carezze, impegno, costanza, tempo, energia. C’è chi taccheggia velocemente e chi passeggia con il carrello pieno, mentre noi inermi e increduli ci lasciamo saccheggiare. Quando le serrande si abbassano, non ci resta che l’amara consapevolezza degli scaffali vuoti, spazi di noi che dovremo rifornire con grande sacrificio, superando la delusione delle relazioni come merce di scambio.

Siamo biblioteche, vogliamo l’infinito delle parole dei libri e non l’omologazione dei prodotti del supermercato. Vogliamo appassionati lettori delle nostre anime, non consumatori sterili delle nostre persone.

Una questione di radici

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Voglio andare dritta al punto, una volta per tutte.

Non è vero che quando le cose vanno male hai l’opportunità di cambiare.

Ti hanno detto una bugia.

Quando stai male, il tuo partner ti ha mollato, il tuo lavoro ti stressa, i chili di troppo si fanno sentire, in quei momenti non puoi cambiare granché. Quando soffri infatti ogni spiraglio di luce può sembrarti la soluzione definitiva ai tuoi problemi. Ogni nuovo lavoro, nuovo uomo, nuova dieta, diventano allettanti. Basta che si scelga, la mente nell’indecisione non sa stare.

Le crisi ci offrono l’opportunità di esplorare il vasto repertorio di possibilità che abbiamo. Ma poi dobbiamo scegliere. E sarà la qualità della nostra scelta a determinare se è avvenuto un reale cambiamento.

La differenza si verifica quando sei a dieta da sei mesi, quando hai smesso di uscire con il primo che capita e ti godi la solitudine con te stessa, quando hai mollato un cliente che ti portava solo guai o hai mandato a quel paese il tuo lavoro logorante per svolgerne un altro, tra dubbi e speranze.

Lì, proprio lì, stai scrivendo una nuova pagina  della tua vita, stai accumulando il potere di dire “no” alle soluzioni facili, sarai in grado di rifiutare se il tuo cliente ti richiama o il tuo ex ti rivuole o il dessert calorico ti tenta.

Me lo hanno insegnato le piante, ancora una volta. Ho coltivato i primi semi di primavera e dalle cellette di polistirolo è nato un bosco di foglioline dai gambi esili. Quando ho iniziato a sfoltirle (sigh! la parte più difficile, in cui devo scegliere chi sopravvive o no, altrimenti nessuna avrà spazio a sufficienza per crescere), mi sono accorta che questi minuscoli germogli avevano delle radici lunghissime. Così ho preso un altro semenzaio e le ho messe lì, ad una ad una, senza sopprimere nessuna. Chi vorrà, vivrà.

La natura vuole vivere, la spinta alla vita è fortissima, chi mette radici forti ha il diritto di avere una seconda possibilità. Sempre. E’ questione di radici.

 

Sali da Bagno naturali: infografica

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