Il torrente di montagna

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Ieri sono tornata nel bosco, ormai ci vado sempre più spesso. Prima cercavo la giustificazione di “cercare erbe”, ora ci vado e basta, mi fa stare bene. Il caldo della pianura ti soffoca, il vento costante della collina asciuga il respiro. Nel bosco invece c’è una brezza fresca che ritempra l’anima. Finalmente ieri sono scesa al torrente di montagna quasi asciutto visto l’annata di grave siccità. La terra gonfia di acqua e di vegetazione mi ha inondato con il suo soffio freddo. L’acqua era gelida. Ho pensato che se fossi rimasta appesa alle aspettative altrui non avrei potuto sperimentare questa simbiosi sacra. Se avessi continuato a camminare nelle strade tracciate dagli altri, quelli che dicono di sapere cosa è meglio per te, non avrei mai conosciuto per caso quel sentiero che porta al torrente. Sarei rimasta impigliata a camminare nelle paludi altrui, dove l’autenticità sarebbe affogata nelle sabbie mobili del conformismo.

Nel frattempo, seduta sulla riva del torrente, la cicuta mi guardava attenta, lei che di veleni è maestra, non conosce il vero veleno delle nostre relazioni: le aspettative.

Con questo pensiero in testa, ho raccolto un po’ di acqua tra le mani, e mi sono lavata la faccia. Benvenuto Giugno, che profumi di estate.

Da un fiore all’altro. L’amore seriale.

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La grande domanda che mi affligge di questi tempi: perché i miei vicini coltivano solo un tipo di pomodoro? Anzi, al massimo due: quello da conserva e quello da insalata.

C’è qualcosa che loro sanno e che mi sfugge.

Io amo i pomodori, quando ero piccola la nonna a merenda mi preparava il pane con pomodoro, olio e basilico e lo mangiavo ghiotta, anche se mi venivano i puntini rossi vicino alla bocca, che da grande avrei chiamato intolleranza al nichel. Lo amo così tanto che  ne sto coltivando nove varietà, e sinceramente mi paiono pure pochine.

Mi piace la diversità nei campi, le specie diverse che convivono tra di loro, i colori straordinari di un raccolto variegato piuttosto che i grandi numeri di una mono-produzione, di un solo sapore, un solo profumo.

Ecco i grandi numeri non li sopporto soprattutto nelle relazioni, quelle che si stringono per “fare numero”.

Rimango sempre stupita nel vedere con quanta facilità si mette fine a un rapporto per iniziare a coltivarne altri centoventi simultaneamente. Come se le relazioni fossero un mercato, e noi consumatori frettolosi che curiosiamo tra una bancarella e l’altra, assaggiando un pò di qua e un pò di là. O forse la mia è solo una gelosia sotterranea verso chi riesce a chiudere i rapporti in fretta, senza rimorsi, senza ripensamenti, ansioso di esplorare nuovi porti.

Non ci sono mai riuscita, chiudere una storia d’amore o un’amicizia mi ha richiesto lavori di anni e anni, alcune cicatrici poi sono sempre aperte, nonostante tutto l’iperico con cui le ho curate.

Io sono quella che al mercato va sempre dai soliti produttori a comprare, che sono anche un pò amici, che si sono meritati la mia fiducia col tempo. E nelle relazioni ho fatto voto di povertà, nel senso che preferisco averne poche ma buone, anzi ottime. L’essere umano è uno straordinario miracolo, non un oggetto da consumare e buttare via una volta finita la curiosità nei suoi confronti.

Scegliere di chi circondarci è il primo vero atto d’amore verso noi stessi.

 

Ti amo perché esisti.

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La settimana appena trascorsa è stata all’insegna di un vento terribile, che ha spezzato i rami dei pomodori e causato grandi mal di testa. Non avevo baby sitter disponibile così ho portato Brigida con me, nei campi. Lei si diverte tantissimo a contatto con la natura, però io devo seguirla con attenzione oltre che svolgere le mansioni quotidiane indispensabili: seminare, raccogliere, curare, rincalzare, impacchettare, irrigare.. il lavoro con la terra non finisce mai.

Vivo in una nazione dove i genitori come me, quelli che lavorano “in proprio” (così come le migliaia di mamme disoccupate che non possono permettersi di accettare un colloquio di lavoro perché non sanno con chi lasciare i pargoli.. tragicomico vero?), non ricevono nessun bonus di aiuto per l’inserimento al nido, nè agevolazioni di nessun tipo. Anzi, contribuiscono con le tasse a pagare quelle altrui. Questo perché  in Italia piove sempre sul bagnato. (fine momento lamentele,  giuro). Questa premessa per dire ancora una volta che i figli ti cambiano la vita, soprattutto se non hai aiuti di nessun tipo. La strizzano, la stravolgono, la riducono all’essenziale in termini di amici, impegni, soldi, relazioni. Senza contare che a un figlio cerchi di dare quello che tu per primo non hai avuto, il che diventa una missione impossibile. Io ad esempio cerco di dare a Brigida l’amore incondizionato, quell’affetto che si prova indipendentemente da tutto. Sono vissuta nel modello culturale “ti voglio bene perché sei brava”, uno schema davvero pericoloso, che causa frustrazione continua perché  manca sempre qualcosa per ricevere l’amore perfetto degli altri. Te lo devi sudare, te lo devi meritare. Ecco io da oggi voglio amare anche se gli altri non soddisfano le mie aspettative, anche se non se lo “meritano”. Inizio da mia figlia, perché Lei la amo davvero solo perché esiste. Buona festa a tutte le mamme, perché hanno avuto il coraggio di far camminare nel grande vasto mondo un pezzo della loro anima, perché tutti i giorni combattono battaglie che nessuno vede e vanno avanti, sempre  ❤️

E liberaci dal perdono.

IMG_3010.JPGCi hanno insegnato che è meglio perdonare chi ci ha fatto del male. Bisogna perdonare per essere redenti, per trovare la pace in noi stessi, ultimamente poi il perdono va di moda nei percorsi di crescita personale. C’è un certo abuso del termine, da parte di tutti.

Il perdono è una dottrina figlia della tradizione cattolica che tutto soffoca senza elaborare. Come si può perdonare qualcuno che ci ha ferito, usato, manipolato, abusato? Come si può perdonare qualcuno che non ha mai chiesto scusa, che non ha interesse a essere perdonato? Si dice che si debba perdonare per essere liberi, in effetti con il perdono, quello autentico, si libera una quota di energia (investimento emotivo soprattutto) che torna in nostro potere. Offrire il perdono autentico è raro perché la nostra anima registra le ferite e non le scorda facilmente. Si spacca in mille pezzi come un puzzle che non riusciamo a ricomporre. Rimane sempre sull’attenti, incapace di concedersi alla fiducia della relazione. E allora prima di perdonare a metà gli altri, perdoniamo noi stessi per non essere riusciti a proteggerci, a scegliere con attenzione con chi entrare in relazione.

Buon compleanno Strega del Sud

“Siamo state streghe, siamo sempre state sorelle. Ci prendevamo per mano mescolando la luce della luna, correvamo nude e ci vestivamo del vento del sud..”

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Ci sono libri che possono cambiarti la vita o il modo di pensare.

“Big Magic” lo ha fatto con me, insegnandomi una cosa curiosa: ogni volta che qualcosa ti va storto, non deprimerti ma fai un’azione compensativa. L’autrice, che sognava di vedere pubblicati i suoi libri, ogni volta che riceveva una lettera di rifiuto, spediva la bozza a una nuova casa editrice. Così io un anno fa ho preso la decisione di non occuparmi più di comunicare per “gli altri” e ho iniziato  a scrivere per me stessa. Ho ritrovato il piacere di scrivere senza un motivo particolare, solo perché attraverso la scrittura riesco a fare chiarezza, a riflettere e a condividere la mia visione del mondo che a volte mi sembra così divergente da quella comune.

Un 25 aprile di un anno fa ho proclamato la mia personalissima resistenza.

Quest’anno ho incontrato molte persone che hanno seguito le mie avventure un po’ selvatiche e un po’ coltivate, ma tutte magiche. Molti di voi mi hanno scritto per ringraziarmi e alcuni mi hanno anche un po’ odiato. Lo so, a volte nemmeno io mi sopporto per il fatto di vivere così intensamente,  voler andare fino in fondo e fare chiarezza. Non ne posso fare a meno, prendetemi così come sono 😜

La Strega del Sud ringrazia tutti i suoi amati lettori per questo anno passato insieme. Ad maiora!

Ci possiamo sentire da soli anche quando siamo in due.

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Questa è la storia di T. e R. Si conoscono da 20 anni e sono sposati da 15. Hanno una vita regolare, un mutuo, qualche grattacapo, due figli, molti conoscenti e pochi amici. Fanno le vacanze, praticano sport due volte alla settimana, utilizzano i social network. Sesso una volta alla settimana, circa (a volte nulla, a volte due). I ricordi della forte attrazione reciproca dei primi tempi di corteggiamento hanno lasciato spazio a un profondo affetto. Non è un problema per T., felice della sua vita, della famiglia, del lavoro, degli amici. R. non è felice. In un primo momento ha provato a condensare la frustrazione di un vuoto di emozioni con le passioni, sport soprattutto. Poi ha avuto qualche avventura extraconiugale di poco conto, che lo ha lasciato più vuoto di prima. Poi di nuovo gli hobby, poi si è innamorato, casualmente. Con l’amore è arrivata la paura, il terrore di perdere quanto faticosamente costruito in tutti quegli anni per andare incontro a qualcosa di affascinante ma sconosciuto. Come molti, R. preferisce non scegliere e vivere a metà tra il matrimonio rassicurante e la relazione extraconiugale adrenalinica. Fino a quando durerà.

Ci possiamo sentire da soli anche quando siamo in due. Fiori della stessa pianta, alberi del medesimo bosco, che guardano il sole, non dialogano mai tra loro. A volte dopo qualche mese appena, a volte dopo qualche decennio di vita insieme, succede che il muro si è alzato troppo e non riusciamo più a vedere l’altro. Ne avvertiamo la presenza nella materialità densa di tutti i giorni, negli impegni, nell’abitazione condivisa, nella lista della spesa, nel calore sotto le coperte. Ma spesso succede che ognuno ha seguito la sua strada e le mani intrecciate si sono allentate, i sentieri divisi. Ci si chiede sempre più spesso: “Cosa condivido con lei/lui?” Nel corridoio di casa il silenzio è una presenza inquietante, rompe le consuetudini quotidiane e illumina, veloce, circospetto, ombre che è meglio ignorare. C’è un universo di emozioni che il partner non conosce e forse voi ignorate il suo.

Il prezzo della passione è l’angoscia, il prezzo della sicurezza è la noia del quotidiano. Le coppie troppo spesso si sacrificano all’altare della sicurezza. L’altro perde rapidamente il mistero che ci aveva tanto affascinato all’inizio della relazione. E noi perdiamo il nostro fascino, la nostra unicità viene normalizzata, diventa scontata. C’è chi è affamato di emozioni e viaggia alla scoperta di nuovi mondi, in nuovi amori, sconosciute relazioni. C’è chi rimane perché nella comodità della routine ci sta comodo, magari non ama i cambiamenti e preferisce non farsi troppe domande. Sono quelli che sorridono a denti stretti nelle foto di circostanza, che fanno finta di nulla alle cene con gli amici, quelli che “come-stai-tutto-bene”, sempre. Poi ci sono i coraggiosi, quelli che non ci stanno, quelli che odiano i muri di silenzio, che all’amore vero ci credono sul serio e pagano il prezzo della separazione. Scelgono di dividersi, nonostante tutto, nonostante il mutuo, i figli, il lavoro, gli amici in comune. Scelgono di rispettare se stessi, scelgono di rispettare l’altro, perché sanno che una relazione a metà non è un dono per nessuno. E’ un palliativo.

 

 

Ma narcisisti e vampiri sono le stesse persone?

 

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Che tristezza.

Le belle piante di fave del bancale sinergico sono state attaccate da un parassita. Una specie di giglio, l’orobanche, che a vederlo da fuori è puro carino, sembra un grosso asparago orlato di fiorellini bianchi. Innocuo, si direbbe. Per fortuna la mia fedelissima zappetta con un colpo solo ne ha illuminato la vera natura: un bulbo mostruoso che si  attacca alla radice delle piante, indebolendole e limitandone la produzione.

Mentre con infinita pazienza li estirpavo ad uno ad uno, mi sono ricordata di un argomento che mi sta molto a cuore: la relazione affettiva con i narcisisti patologici e i vampiri energetici. So tutto di loro perché è una vita che li attiro in ogni rapporto possibile: amici, amiche, partner, capi, colleghi di lavoro.. Eppure continuano a stupirmi (e continuo ad attirarli, sigh!)

Narcisisti lo siamo tutti, è fisiologico, con l’avvento dei social network poi lo siamo anche di più, alcuni però lo sono in dosi letali (per gli altri). Lungi da me volerne dare un quadro patologico,  mi limiterò a un bozzetto rapido che permetta di capire di cosa stiamo parlando.

I narcisisti sono attratti come calamite dalle persone empatiche.  Se lo sei, apri bene le orecchie. Loro si avvicinano a te, ti lusingano, ti fanno cadere in un processo di idealizzazione continua. Mentre stai ancora sognando a occhi aperti ti hanno già incastrato dentro la trappola della manipolazione, che assume mille e millanta forme, perché i narcisisti sono pure creativi. Dopo un idillio intenso in cui tu stai già per credere che forse-forse hai trovato la donna/l’uomo dei tuoi sogni, rovesciano tutto. Alcuni rimangono vicino per distruggerti l’autostima, altri sparisconodistruggendola comunque. Così, senza motivo logico. Non spariscono per sempre, ritornano, non si potrebbe dire quando, a che intervallo, come. Tornano, perché le loro vittime sono davvero preziose, perchè vogliono essere adorati e supplicati, perchè vogliono giocare (per loro si tratta solo di questo, non provano sentimenti) al gioco sadico della manipolazione che tanto lusinga il loro piccolo ego. Di solito, durante l’assenza, i narcisisti non piangono lacrime salate sul cuscino pensando a voi, ma instaurano nuove relazioni con altre vittime, in modo da essere riforniti di energia in ogni momento della giornata ogni singolo giorno e -ovviamente- all’insaputa di tutti. Quando tornano, ripropongono i bei vecchi tempi, l’idillio di una relazione perfetta, tutto quello che desiderate e che non vi daranno mai, perché i narcisisti sono totalmente incapaci di donare qualcosa. Si limitano a prendere, saccheggiando. L’unico loro lavoro è alimentare la persona fantastica di cui voi credete di essere innamorati/e, ma che in realtà non esiste. E si continua, anni dopo anni, un gioco perverso senza fine, a furia di chiarimenti, riappacificazioni, allontanamenti.

Ci sarebbe da scrivere una Divina Commedia dei narcisisti, la rete è piena di siti e forum dedicati a questa problematica. “Name the game to stop the game”, chiama il gioco con il suo nome per interromperlo. Se queste parole sul narcisismo vi suonano familiari, informatevi, chiedete aiuto a persone competenti, vogliatevi bene ed uscitene. Spezzate le vostre catene, ce la farete, ne sono certa.

Mentre le orobanche mostravano i loro rivoltanti tentacoli arancioni alla furia della zappa, mi sono tornati in mente alcuni articoli su un fenomeno di cui tanto si parla: i vampiri energetici, persone che ti succhiano l’energia vitale. Li riconosci perché dopo che hai a che fare con loro ti senti stanco e spossato o addirittura di cattivo umore mentre loro appaiono arzilli e ricaricati. Che lo facciano con consapevolezza o meno, i vampiri si cibano della tua forza, perché la loro si è esaurita e da soli non riescono a rigenerarla. Tutti noi abbiamo avuto quell’amico/a che torna ciclicamente per angosciarci con i suoi problemi, pretendo di essere aiutato/a nello sbrogliare i pasticci che ha creato…fino a quando la situazione non si risolve e lei/lui scompaiono di nuovo. Oppure il collega dell’università che prima degli esami seminava terrore sul professore in questione, dichiarava di non aver studiato e poi usciva con un 30 e lode. Ecco quello era un vampiro. I vampiri infatti cercano di abbassare le nostre difese e farci sentire depressi, impauriti, stanchi o agitati in modo da poterci rubare energia e tempo a loro piacimento.

La relazione con un narcisista è simile a una droga, interromperla provoca crisi di astinenza, continuarla provoca ansia divorante. La relazione con un vampiro energetico causa invece profonda stanchezza e confusione.

Sia i narcisisti che i vampiri vogliono una cosa dagli altri: nutrimento. Essere ascoltati, aiutati, ammirati, desiderati, implorati, insultati. Sono loro a scrivere le regole del gioco, orari, luoghi, modalità di comunicazione, scambi accettati: se vuoi la loro considerazione sei “costretto” a sottostare alle loro leggi. Non danno mai nulla in cambio, tutto gli è dovuto. Provate a chiedere aiuto a un narcisista o un vampiro, dopo una serie di scuse senza fine (a volte nemmeno quelle) spariranno nel vuoto… è anche un ottimo modo per liberarsene. Entrambi, narcisisti e vampiri ostentano particolari ricchezze o abilità, ma non le condividono con nessuno. Infatti a uno sguardo attento, noterete che la solitudine li contraddistingue, chissà come mai!

N.B. ho imparato che spesso se le persone sono sole, c’è un ottimo motivo!

Spesso l’unica difficilissima arma a disposizione delle vittime è interrompere ogni contatto. No Contact totale.

E se narcisisti e vampiri energetici fossero facce diverse di uno stesso fenomeno che porta alcuni esseri umani a parassitarne altri?

Non ho risposte, però mi è venuto in mente che le orobanche (quei gigli parassiti di cui parlavo all’inizio) si possono cucinare e sono deliziose gratinate in padella. Narcisisti e vampiri no, la relazione con loro è disfunzionale al 100%, portano solo distruzione delle nostre risorse personali. Il paragone non regge, le orobanche alla fine non meritano questo. Forse narcisisti e vampiri sono più simili ai papaveri, belli, affascinanti, crescono qua e là senza affezionarsi a nessuno e non profumano di nulla.

Valentina

 

Il culto delle mani secondo mia nonna.

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Ricordo di infanzia.

Lei seduta in mezzo al cortile della sua casa, il grembiule a quadretti sulle ginocchia, circondata da un tappeto infinito di fiori viola con i tentacoli rossi. Io piccina, annoiata e curiosa, che insistevo per aiutarla.

“Non toccarlo! Ti macchieresti le mani!”

E così  succedeva per ogni lavoro contadino: mi proibiva di pulire i carciofi, terribili portatori di unghie nere, di dipingermi le dita di verde con fave e piselli, di rovinarmi le mani sgusciando le mandorle.

(N.B. State tranquilli, ora sto recuperando)

Mia nonna ha una vera fissazione per le mani.

Per prima cosa devono essere pulite, perché le mani dei signori, di quelli che studiano, che non hanno bisogno di lavorare in campagna, sono così, con le unghie immacolate e la pelle bianca di chi non è costretto a stare sotto il sole infuocato della Sardegna del Sud.

Sorrido perché oggi le mani che lavorano con la terra per me sono sacre.

Sorrido perché faccio parte di una generazione che per ritrovare un senso è tornata a “sporcarsi” le mani con l’artigianato e l’agricoltura, quella agricoltura piccola, che è scesa dal trattore ed è tornata alla zappa.

Cosa direbbe mia nonna? Forse direbbe “l’evoluzione inciampa”, citando un tormentone di questi mesi.

Ma noi, quelli come me, siamo felici così, cuore che canta e mani..nella Terra 😉

Il primo fiore della primavera

“I miei fiori preferiti sono i fiori selvatici, spontanei, liberi, indomabili.

Quelli che fioriscono senza essere annaffiati,

quelli che profumano di rivoluzione,

quelli che donano a se stessi il diritto a crescere in tutti i luoghi dove la gente pensa che non avrebbero potuto mai farlo. ”

Herman Aguila

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Con grandissima gioia vi annuncio che la luna dei semi, la prima luna nuova della primavera, ha visto la nascita della mia azienda agricola.

Deinas.

Stay Tuned =)

Scappa senza far rumore

IMG_2478.JPGLe incomprensioni nelle relazioni: due individui diversi, uno davanti all’altro, ognuno con la propria valigia piena di esperienze, schemi mentali, emozioni, traumi, successi.

Le aspettative fanno pesare la valigia, un macigno che a volte avvicina, più spesso allontana. Io voglio qualcosa che tu non capisci, o che forse capisci ma non mi puoi, vuoi, dare. C’è una soluzione? Me lo chiedo spesso.

La Comunicazione Non Violenta mi ha insegnato l’ascolto autentico dei nostri bisogni e di quelli altrui. Ho imparato a non passare subito ai giudizi quando ascolto l’altro, ma è proprio vero che quello che ti dico smette di essere quello che ti “volevo” dire e diventa “quello che tu capisci che ti ho detto”. Forse noi esseri umani siamo destinati all’incomprensione reciproca eterna.

Così falliscono le relazioni, per incapacità comunicative, non certo perché l’amore finisce, quello non muore mai, semmai si trasforma in nuove forme.

Le relazioni finiscono quando si smette di comunicare, di sforzarsi di costruire un vocabolario comune, di interrogarsi in continuazione su quello che si vuole comunicare all’altro molto prima di parlare. E’ troppo faticoso comunicare, eppure la comunicazione può assumere mille forme, quella rugosa di una lettera scritta a mano, quella simbolica di un disegno o sublime di una poesia. Siamo pigri, manipoliamo le parole per quello che ci fa comodo. Quando arriva il momento di metterci nudi davanti all’altro, scappiamo.

Ci sentiamo falliti già in partenza, non abbiamo fiducia nel potere della comunicazione autentica. E’ un senso di frustrazione che forse ci è stato insegnato, eppure siamo organismi che hanno bisogno di costruire legami per sopravvivere, legami che danno voce ai nostri bisogni (non alle nostre avidità) e ai bisogni degli altri.

Troppo impegnati a soddisfare i bisogni indotti dalla società del sono-perchè-consumo, non sappiamo riconoscere quelli autentici. E quando nella relazione con l’altro si sfiora l’autenticità, la paura ci assale, scappiamo a gambe levate, senza nemmeno far rumore.