Voce del verbo “odiare”

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Questa è una storia che non mi piace raccontare perché è molto personale e mi fa ancora male ma la racconto comunque e ve lo spiego alla fine. Tanti anni fa mia sorella lavorava in un call center in un paese non distante dal mio, in cui conoscersi tutti, almeno per nome o cerchio di amicizie, è abbastanza facile. Fu così che già dal primo giorno di lavoro le fu intimato di non dire mai a una certa collega che eravamo sorelle. Una richiesta molto strana che aveva una spiegazione semplicissima.

Questa sua collega mi odiava.

Il fatto curioso è che io non conoscevo questa donna, non l’avevo mai vista nè avevo mai sentito parlare di lei. Qualche tempo dopo scoprii che il mio fidanzato di allora mi tradiva con lei e le parlava di me, ecco perché mi odiava!

Sapere di essere odiati da qualcuno mette i brividi. Qualcuno che non ti conosce, che non sa chi sei, quali sono i tuoi pensieri, le tue lotte quotidiane, i tuoi sogni e le tue speranze.

Sapere che in qualche parte sperduta del pianeta, che potrebbe essere più in là del tuo condominio o a mille chilometri di distanza, c’è qualcuno che ti odia, non ti sopporta, ti insulta gratuitamente, senza che tu abbia fatto nulla per “meritartelo”, è terrificante.

Odiare è un comportamento contro natura. Animali e piante ad esempio non odiano nessuno. Loro stanno alla larga dalle specie che non trovano simpatiche oppure lottano quando sono costrette ad averci a che fare, tutto qui.

Ultimamente i social media sono pieni di odio, di insulti, calunnie, razzismo. Si odiano i migranti, si odia il vicino di casa, si odia il capo, si odia la suocera. Addirittura esistono applicazioni che permettono di inviare “commenti” anonimi alle persone iscritte,  che sfociano spesso negli insulti più beceri.

Mi capita di leggere online aggressioni verbali con nome e cognome e riferimenti diretti a persone che vengono costantemente calunniate e che nemmeno rispondono perché sanno che contro l’odio non esistono ragionamenti scientifici che tengono. I calunniati preferiscono mettersi in disparte, in silenzio senza replicare. Cosa si può replicare all’odio? Nulla. L’odio è gratis, non sente ragioni. Questo non mi piace, mi fa sentire a disagio.

Che cos’è l’odio? È un tentativo disperato di salvare la propria integrità. Quando l’identità personale o sociale viene messa alla prova percepire un forte antagonismo nei confronti di una persona o di un gruppo è un tentativo (misero) di ricomporre noi stessi, come persone o come gruppo sociale.

Quando si perde il lavoro o una persona cara, quando lo stato sociale fa acqua da tutte le parti, quando si è malati, abbandonati, frustrati o delusi, quando si esce sconfitti dalle elezioni, è molto più facile riversare la rabbia verso qualcun’altro piuttosto che lavorare sulla crisi per trasformarla in opportunità.

L’odio fa sentire più forti verso altri “diversi” da noi, offre la strada libera per gli insulti, la violenza, la diffamazione.

Su facebook poi le persone più insospettabili diventano cyberbulli, nessuno è risparmiato da questa ondata estrema di violenza verbale: medici, educatori, politici, maestre, impiegati.. tutti  lì, dietro la tastiera a odiare qualcuno.

Esistono anche amicizie fondate all’insegna dell’odio verso qualcuno o qualche gruppo di persone. Mi immagino questi amici mentre passano il tempo a odiare insieme, ad insultare e deridere perché non hanno altri argomenti di conversazione. Che tristezza infinita.

Come spezzare questa catena? Non ci sono soluzioni costruite a tavolino ma a chi dell’odio fa la propria bandiera volevo dire: state sprecando tempo. Non risolverete i vostri problemi, li peggiorerete.

Non buttate sugli altri quello che non riuscite ad accettare di voi stessi, come un enorme gioco di proiezioni.

È nella cooperazione che risiede l’evoluzione, nella sinergia che nasce la bellezza.

 

 

 

Non lasciamoci infestare.

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Il convolvolo è un fiore rosato carino carino ma un po’ invadente.  Resistente perfino al terribile glifosato. Da piccola lo adoravo perchè mi pareva di scorgerci dentro i colori dell’arcobaleno.

Qualche convolvolo sfugge sempre alla pacciamatura e riesce ad arrampicarsi tra i rami delle altre piante per espandersi ancora di più.

Ieri all’orto è venuto un signore. Ha fatto un giro e senza guardarmi in faccia ha detto: “Quando si è così piccoli non conviene nemmeno iniziare.”

Sempre ieri ho fatto una telefonata in un ufficio informazioni di una struttura pubblica. Mi hanno risposto che loro non erano tenuti a darmi informazioni (e invece si!),  che avrei dovuto al mio commercialista.

Poi è seguita la telefonata a un commerciante, a cui ho detto che potevo passare verso le 19 (orario in cui un comune negozio dovrebbe essere aperto o no?). Mi sono sentita rispondere che lui non era a mia disposizione, che aveva la sua vita e i suoi impegni. Già, peccato io volessi giusto comprare qualcosa mica invitarlo a cena fuori.

Insomma, perché vi ho raccontato queste storie che sembrano così slegate tra di loro?

In realtà parlano tutte di una cosa: la schiavitù.

Il signore che ti dice che sei piccolo (e che non andrai da nessuna parte) ti dice: arrenditi ai grandi, alle logiche dominanti dei mercati globali, alle multinazionali, alla produzione intensiva.

L’impiegata di un ufficio pubblico che ti risponde che lei non è tenuta a darti (banalissime) informazioni ti sta dicendo: arrenditi all’incompetenza, paga qualcuno per avere informazioni che puoi avere gratis perché già contenute nelle tue tasse.

Il commerciante che ti dice che ha la sua vita e non può “aspettarti” alle 19, ti sta dicendo che il suo lavoro gli fa schifo e non vuole più dialogare con i clienti.

Il convolvolo è un fiore carino. Io lo lascio sempre, perché penso di poterlo gestire strappandolo con le mani. Poi in qualche settimana è già un tappeto, un intrico, una gabbia per le altre piante. E mi pento di averlo lasciato incontrollato.

Così è con quello che vi dicono le persone.

Siate sordi ai messaggi inconsci che vi mandano gli schiavi e gli schiavisti. Siate severi scegliendo con accuratezza chi frequentare e chi no. E se dovete avere a che fare  con qualcuno che non vi piace, che vi mortifica o vi scoraggia, sganciatevi dalla persona e occupatevi solo dell’obiettivo che attraverso di lei dovete raggiungere: che si tratti di un lavoro, una pratica, una consulenza, un acquisto.

Viviamo tempi di grande aggressività, esplicita e no, in cui gli esseri umani buttano sui loro simili incredibili secchiate di frustrazione e malcontento, a volte di rabbia e violenza.

Non so voi, ma a me la merda degli altri non è mai piaciuta, anche la merda psicologica quella che non si vede ma è ugualmente infetta.  A tutti quelli che cercano di buttarmela addosso rispondo: “No grazie, guardi dovrei gestire già la mia di merda, se la tenga, la usi per concimare”.

E poi via lontano da loro, dritti a costruire la nostra libertà!

Waldeinsamkeit. Soli nella Foresta

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Waldeinsamkeit è una parola tedesca che non può essere tradotta in nessun’altra lingua. Significa sentirsi da soli in mezzo ai boschi.

E’ la sensazione che ti assale quando cammini da solo tra il fitto degli alberi.

Si avvicina la festa del raccolto e se dovessi usare una parola per riassumere questo denso periodo di lavoro sarebbe proprio Waldeinsamkeit.

Ho camminato sola tra gli alberi, spesso non sapevo bene dove stavo andando, mi sono scoraggiata perché sembrava di non arrivare mai (arrivare dove soprattutto?), e ho avuto paura di perdermi.

Lavorare tutti i giorni a contatto con Madre Natura mi ha insegnato a camminare da sola in mezzo agli alberi, anche se è difficile, anche se fa paura. Siete mai stati soli in un bosco?  I sensi si ampliano, il respiro si affievolisce, ritorna l’atavica consapevolezza di essere predatori e prede contemporaneamente.

Nel bosco dovete andarci da soli. Non c’è nessuno che può accompagnarvi perché solo voi sapete cosa state cercando. Non ci sono mappe o bussole già determinate in partenza.

Così maltrattata dalla letteratura e dalla televisione, la solitudine è una grande amica che vi racconterà grandi storie. Gli alberi parlano, i fili d’erba cantano, la Terra batte come un tamburo. Gli spiriti della natura vi osservano nascosti tra i cespugli.

Andate.

Congedatevi dai vostri compagni.

“È stato bello incontrarci ma ora devo prendere il mio sentiero”

Sarà bello ritrovarvi ancora, forse, ma ancora più bello è ritrovare voi stesse.

Gli intrecci della foresta vi stanno aspettando. Odorano di libertà.

Waldeinsamkeit per tutti.

Quando una formica vuole di più. Piccole storie di avidità.

IMG_3438.JPGDi questi tempi le formiche non se la passano affatto male. Con tutta la spazzatura che i loro lontani cugini umani producono, le formiche riescono a vivere dignitosamente e mettere da parte montagne di provviste.

Le vedi andare su e giù, giù e su, in continuazione, senza tregua, in file perfette che i paesi del Nord se le sognano. Ogni più piccola briciola viene subito segnalata e presa d’assalto, trasportata in quei cunicoli scavati nella terra, che chissà cosa c’è sotto, chissà se li arredano da Ikea (secondo me si, sono così  taccagne e minimaliste).

Poi arriva un giorno in cui la formica si stanca di vivere di raccolta selvatica e decide di evolvere verso uno stadio “B”: l’allevamento.

Anche se la raccolta era un’attività redditizia, che permetteva di vivere bene e risparmiare pure, la formica non si accontenta di vivere alla giornata, raccogliendo quello che Madre Natura offre, che siano vermi o briciole di pane. Eh no, la formica cerca una forma di reddito più sicuro. Quello che ha non le basta, è ghiotta di nuovi sapori, di nuovi investimenti. E allora che fa? Si mette ad allevare afidi. Diventa formica-pastore.

Gli afidi succhiano le parti tenere delle piante e producono una sostanza dolce, la melata, di cui le formiche vanno matte.

Per i contadini è subito malcontento. Le piante che prima scoppiavano di salute ora sono colonizzate da minuscoli puntini neri spicciati sulle foglie, su cui vanno su e giù le formiche. Me le immagino mentre fischiano in direzione degli afidi per riportarli nelle stalle.

Ma arriviamo al cuore del problema. La formica può scegliersi il lavoro che preferisce, se vuole pascolare lo faccia nelle piante sue, non mie o di qualche sfortunato contadino.

Questa formica-pastore mi ricorda tanto un certo gruppo di persone. Gente soddisfatta, con un bel lavoro, stupendio wow, casa, vacanze, amici ecc. Persone che pur avendo tutto sono profondamente ammalate di noia. E allora si spostano sulle vite altrui, per incasinarle, giocarci, fare le ombre cinesi sulle emozioni del prossimo, e quando le cose si complicano ritornare alle loro vite ordinate, come se nulla fosse. Perché in fondo loro sono sazi, quello che cercavano “in più” era il dessert non il pasto principale. Dunque che senso ha investirci?

Si limitano a portare i loro afidi pestilenziali per succhiare un po’ di miele dalla vita degli altri e poi scappano quando l’hobby è diventato monotono.

Non vi ho detto che spesso alle formiche la situazione sfugge di mano, che gli afidi diventano così numerosi che la formica non riesce più a seguirli.

E le piante? Cosa succede alle piante attaccate? Si indeboliscono, smettono di produrre, a volte muoiono. A volte invece arriva in volo un mitico super eroe vestito di rosso a puntini neri: la coccinella mangia-afidi.

Mi piace osservare le coccinelle al lavoro, sono costanti e instancabili, mangiano gli afidi come se fossero ciliegie. Ripristinano la bellezza e la salute di un sistema vegetale compromesso.

Mi piacerebbe che per ogni umano indebolito da un pastore-formica ci fosse una coccinella pronta a ronzargli intorno per riportarlo alla salute!

 

 

 

Le fiabe che non ti racconterò

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Quella del principe azzurro che viene a salvarti non te la racconterò.

Ti salverai da sola mille volte, figlia mia.

Nemmeno quella del ranocchio che con un bacio si trasforma in principe, perché penserai forse che è facile cambiare chi non vuole farlo.

La fiaba del gentile cavaliere che si nasconde sotto il volto di una bestia non la sentirai dalle mie labbra perché la rabbia che deforma gli uomini mi fa paura, perché gli uomini arrabbiati non possono prendersi cura di una rosa.

Biancaneve avvelenata che giace in una bara di cristallo, svegliata da un principe? No, ancora no.

Voglio fiabe che parlano di donne che ce la fanno da sole, donne connesse al loro essere più profondo.

Voglio storie di bambine che hanno nomi strani, di -stelle -pianeti -continenti, che corrono libere inseguendo avventure. Voglio dirti che ce la farai anche da sola, che il principe azzurro non esiste, che le aspettative sono grandi nemiche. Voglio dirti che non sarai regina di un mondo che non esiste, che non sempre ti sentirai al centro delle attenzioni di un principe, ma non ne avrai bisogno perché tu hai il bosco, il mare, la luna, i prati pieni di fiori, la neve soffice di promesse, la pioggia canterina. Tu avrai te stessa, prima di tutto, e nessuna treccia di Raperonzolo condurrà dentro di te , dentro la tua Torre, qualche principe che passa annoiato, li per caso.

Non sarai preda. Farai e disferai i tuoi incantesimi, a volte da sola a volte aiutata da mani gentili di donne che nemmeno vorranno essere ringraziate.

Me le inventerò queste nuove fiabe, le inventeremo insieme.

La Datura, il giudizio, il veleno.

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Sono state settimane torride, il termometro ha superato i 40 gradi e già alle nove del mattino in campo aperto si sudava.

Notti difficili, di caldo e insonnia. Con le alte temperature soffriamo, iniziamo a funzionare male. I cervelli soprattutto.

Nelle strade che percorro tutti i giorni per andare a lavoro, i campi sono invasi dalle sterpaglie secche. Il giallo si alterna al nero dei terreni bruciati, con la puzza che rimane per giorni dopo un incendio. Di tanto in tanto in mezzo alle sterpaglie, ai margini delle strade, nei buchi dei marciapiedi, sbucano le calle bianche di datura stramonium.

Lo stramonio è una pianta tanto affascinante quanto tossica. Capita che qualcuno ceda al suo fascino, vuoi per incoscienza vuoi per la follia tutta moderna di sfidare le erbe. In questi mesi torridi dove gli altri fiori fanno fatica, la Datura prospera rigogliosa.

Apro la home page di Facebook. Uno dopo l’altro scorrono i post: razzismo di ogni genere e di ogni colore, lamentele e piagnistei, giudizi farciti con giudizi.

Quanto è facile giudicare, quanto è affascinante incasellare le persone nella maglia stretta dei propri personalissimi giudizi. Gli esseri umani hanno bisogno dei giudizi, servono per semplificarsi la vita: quello è così, quella cosa funziona in quella maniera, questo  è bene, questo è male. Eppure se da una parte semplifica dall’altra riempie gli uomini di veleno, ci rende nemici gli uni con gli altri, ci toglie la consapevolezza di essere tutti fratelli e sorelle su questa meravigliosa Terra che abbiamo il privilegio di abitare.

A fine ciclo, le bianche calle dello stramonio si seccano e nascono decine di piccole sfere piene di semi che assomigliano a delle mazze chiodate, quasi che volessero avvisarci del pericolo.

Misurare gli altri con il metro che si usa per se stessi è inutile, disumano, tossico.

 

 

 

Infinitamente meno

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Si inizia così.

Ti fa sentire importante, unico, non sostituibile.

Nella baraonda della quotidianità l’amore arriva come un faro che illumina le nostre giornate.

È un cannone che ti lancia nel cielo, ti fa sfiorare le nuvole, ti illude di giocare con le stelle, poi ti butta giù, di botto, di brutto.

Le telefonate che non arrivano. Le frasi che cadono nel vuoto immobile dell’indifferenza, i muri sempre più fortificati in cui ci si rifugia per non chiarirsi. Il display del cellulare diventa un nostro nemico da tenere a bada, si accende e si spegne, insieme alle nostre speranze che oscillano. Quel brillare luminoso che aveva acceso la nostra vita svanisce, non ci lascia nemmeno la cenere per rinascere come fenici.

La verità forse è questa: le persone pensano a noi infinitamente meno.

Infi di quello che crediamo.

Il sapore delle cose

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Quest’anno ho assaggiato le ciliegie più buone del mondo ed è stata la mia rovina. Ogni singola ciliegia che ho mangiato dopo non era mai così saporita, così bella, così dolce come quelle. Aver conosciuto un sapore cosi piacevole mi ha rovinato tutti gli altri. Quelle ciliegie sono diventate un termine di paragone per valutare la qualità delle altre.

Con le persone succede lo stesso. Assaggi le loro vite, emozioni, sogni, desideri, ti nutri del loro corpo, delle loro braccia, dei baci, degli intrecci di mani. Ma se le perdi cerchi invano di sostituirle con qualcun’altro.

Non funziona, anzi, aumenta la malinconia per ciò che è perduto. Soprattutto le donne, quelle dal sapore forte, che ti rimangono in testa tutto il giorno, che ritrovi nelle canzoni alla radio, che la notte ti auguri di sognare.

Quelle donne che non sono uguali a nessun altro a parte se stesse, diverse dalle altre ma piene di sapore.

Se le assaggi succederà come le ciliegie, non troverai sapore in nient’altro.

La vita insipida è facile, monotona, piena di certezze. Per apprezzare i sapori ci vuole tanto coraggio.

Vino da femmine

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Di vino non me ne intendo affatto e in generale non sono una grande estimatrice (ok adesso potete cancellarmi dalla lista “letture radical chic”!).

Una volta durante un pranzo ne ho assaggiato uno, rosso, frizzantino leggero e piacevole che mi ha colorato le guance in fretta. Ho chiesto al produttore di che si trattasse e lui ha risposto: “Certo che ti piace, è biu de femmina”. Intendeva dire che era un vino leggero, che di solito piace alle donne.

Esistono vini da uomini e vini da donne? Non lo so. Esiste un modo di vivere le emozioni diverso tra uomini e donne? Si, credo di sì.

I discorsi di genere sono sempre pericolosi, stabilire chi fa cosa, chi non lo fa, è una sconfitta in partenza. Eppure i dati parlano: le donne amano troppo, fino ad ammalarsi, fino a morire. Amano troppo i partner, gli amanti, i figli, i genitori, gli amici. Spesso non hanno mezze misure. Si lasciano andare alle emozioni del momento, perché la vita in bianco e nero in fondo non ci piace. E il grigio lo odiamo.

Nelle relazioni vogliamo gli arcobaleni, i fulmini, le tempeste, le lagune blu di calma e desiderio. Il silenzio dell’altro lo detestiamo tutte, nessuna esclusa. Anzi forse per noi non c’è torto più grande del silenzio, dell’indifferenza. Vogliamo il movimento, il fluire denso degli eventi, il prendere e lasciare, abbandonarsi e reincontrarsi sempre diversi, sempre nuovi.

Ci ubriachiamo di vita, stando attente a non farci del male, leggere, frizzanti, come un vino da femmine.

L’imperfezione

 

 

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C’è sempre qualcosa che non va, qualcosa da correggere, qualcosa da sistemare.

La gramigna che ricresce, una pianta che soffre, quel lavoro che si rimanda da mesi, la perenne sensazione come genitori di non fare mai abbastanza.

Appena raggiunto un traguardo, non si fa in tempo a goderne che nuove urgenze subito pretendono attenzione.

La televisione, le riviste patinate, le foto scelte accuratamente sui social media, celebrano la perfezione. Gli orti ordinati, i frutti perfetti, le verdure brillanti, le relazioni felici tra due persone che sorridono complici davanti all’obiettivo della macchina fotografica.

Spesso il confronto ci sgonfia. Allora è meglio non guardare gli altri, se questo significa essere infelici.

Io coltivo una bellezza disordinata,  che nella sua imperfezione trabocca di gioia di vivere. Ogni frutto, fiore, foglia, animale è diverso l’uno dall’altro, originale, irripetibile. Ogni relazione è unica,  piena di tesori e di buchi neri.

Non mi importa degli standard. Ci sono sempre stata stretta dentro i canoni decisi dagli altri. Oggi ho voglia di stare nel qui e ora, oggi celebro l’imperfezione.