Quando una formica vuole di più. Piccole storie di avidità.

IMG_3438.JPGDi questi tempi le formiche non se la passano affatto male. Con tutta la spazzatura che i loro lontani cugini umani producono, le formiche riescono a vivere dignitosamente e mettere da parte montagne di provviste.

Le vedi andare su e giù, giù e su, in continuazione, senza tregua, in file perfette che i paesi del Nord se le sognano. Ogni più piccola briciola viene subito segnalata e presa d’assalto, trasportata in quei cunicoli scavati nella terra, che chissà cosa c’è sotto, chissà se li arredano da Ikea (secondo me si, sono così  taccagne e minimaliste).

Poi arriva un giorno in cui la formica si stanca di vivere di raccolta selvatica e decide di evolvere verso uno stadio “B”: l’allevamento.

Anche se la raccolta era un’attività redditizia, che permetteva di vivere bene e risparmiare pure, la formica non si accontenta di vivere alla giornata, raccogliendo quello che Madre Natura offre, che siano vermi o briciole di pane. Eh no, la formica cerca una forma di reddito più sicuro. Quello che ha non le basta, è ghiotta di nuovi sapori, di nuovi investimenti. E allora che fa? Si mette ad allevare afidi. Diventa formica-pastore.

Gli afidi succhiano le parti tenere delle piante e producono una sostanza dolce, la melata, di cui le formiche vanno matte.

Per i contadini è subito malcontento. Le piante che prima scoppiavano di salute ora sono colonizzate da minuscoli puntini neri spicciati sulle foglie, su cui vanno su e giù le formiche. Me le immagino mentre fischiano in direzione degli afidi per riportarli nelle stalle.

Ma arriviamo al cuore del problema. La formica può scegliersi il lavoro che preferisce, se vuole pascolare lo faccia nelle piante sue, non mie o di qualche sfortunato contadino.

Questa formica-pastore mi ricorda tanto un certo gruppo di persone. Gente soddisfatta, con un bel lavoro, stupendio wow, casa, vacanze, amici ecc. Persone che pur avendo tutto sono profondamente ammalate di noia. E allora si spostano sulle vite altrui, per incasinarle, giocarci, fare le ombre cinesi sulle emozioni del prossimo, e quando le cose si complicano ritornare alle loro vite ordinate, come se nulla fosse. Perché in fondo loro sono sazi, quello che cercavano “in più” era il dessert non il pasto principale. Dunque che senso ha investirci?

Si limitano a portare i loro afidi pestilenziali per succhiare un po’ di miele dalla vita degli altri e poi scappano quando l’hobby è diventato monotono.

Non vi ho detto che spesso alle formiche la situazione sfugge di mano, che gli afidi diventano così numerosi che la formica non riesce più a seguirli.

E le piante? Cosa succede alle piante attaccate? Si indeboliscono, smettono di produrre, a volte muoiono. A volte invece arriva in volo un mitico super eroe vestito di rosso a puntini neri: la coccinella mangia-afidi.

Mi piace osservare le coccinelle al lavoro, sono costanti e instancabili, mangiano gli afidi come se fossero ciliegie. Ripristinano la bellezza e la salute di un sistema vegetale compromesso.

Mi piacerebbe che per ogni umano indebolito da un pastore-formica ci fosse una coccinella pronta a ronzargli intorno per riportarlo alla salute!

 

 

 

Le fiabe che non ti racconterò

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Quella del principe azzurro che viene a salvarti non te la racconterò.

Ti salverai da sola mille volte, figlia mia.

Nemmeno quella del ranocchio che con un bacio si trasforma in principe, perché penserai forse che è facile cambiare chi non vuole farlo.

La fiaba del gentile cavaliere che si nasconde sotto il volto di una bestia non la sentirai dalle mie labbra perché la rabbia che deforma gli uomini mi fa paura, perché gli uomini arrabbiati non possono prendersi cura di una rosa.

Biancaneve avvelenata che giace in una bara di cristallo, svegliata da un principe? No, ancora no.

Voglio fiabe che parlano di donne che ce la fanno da sole, donne connesse al loro essere più profondo.

Voglio storie di bambine che hanno nomi strani, di -stelle -pianeti -continenti, che corrono libere inseguendo avventure. Voglio dirti che ce la farai anche da sola, che il principe azzurro non esiste, che le aspettative sono grandi nemiche. Voglio dirti che non sarai regina di un mondo che non esiste, che non sempre ti sentirai al centro delle attenzioni di un principe, ma non ne avrai bisogno perché tu hai il bosco, il mare, la luna, i prati pieni di fiori, la neve soffice di promesse, la pioggia canterina. Tu avrai te stessa, prima di tutto, e nessuna treccia di Raperonzolo condurrà dentro di te , dentro la tua Torre, qualche principe che passa annoiato, li per caso.

Non sarai preda. Farai e disferai i tuoi incantesimi, a volte da sola a volte aiutata da mani gentili di donne che nemmeno vorranno essere ringraziate.

Me le inventerò queste nuove fiabe, le inventeremo insieme.

La Datura, il giudizio, il veleno.

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Sono state settimane torride, il termometro ha superato i 40 gradi e già alle nove del mattino in campo aperto si sudava.

Notti difficili, di caldo e insonnia. Con le alte temperature soffriamo, iniziamo a funzionare male. I cervelli soprattutto.

Nelle strade che percorro tutti i giorni per andare a lavoro, i campi sono invasi dalle sterpaglie secche. Il giallo si alterna al nero dei terreni bruciati, con la puzza che rimane per giorni dopo un incendio. Di tanto in tanto in mezzo alle sterpaglie, ai margini delle strade, nei buchi dei marciapiedi, sbucano le calle bianche di datura stramonium.

Lo stramonio è una pianta tanto affascinante quanto tossica. Capita che qualcuno ceda al suo fascino, vuoi per incoscienza vuoi per la follia tutta moderna di sfidare le erbe. In questi mesi torridi dove gli altri fiori fanno fatica, la Datura prospera rigogliosa.

Apro la home page di Facebook. Uno dopo l’altro scorrono i post: razzismo di ogni genere e di ogni colore, lamentele e piagnistei, giudizi farciti con giudizi.

Quanto è facile giudicare, quanto è affascinante incasellare le persone nella maglia stretta dei propri personalissimi giudizi. Gli esseri umani hanno bisogno dei giudizi, servono per semplificarsi la vita: quello è così, quella cosa funziona in quella maniera, questo  è bene, questo è male. Eppure se da una parte semplifica dall’altra riempie gli uomini di veleno, ci rende nemici gli uni con gli altri, ci toglie la consapevolezza di essere tutti fratelli e sorelle su questa meravigliosa Terra che abbiamo il privilegio di abitare.

A fine ciclo, le bianche calle dello stramonio si seccano e nascono decine di piccole sfere piene di semi che assomigliano a delle mazze chiodate, quasi che volessero avvisarci del pericolo.

Misurare gli altri con il metro che si usa per se stessi è inutile, disumano, tossico.

 

 

 

Infinitamente meno

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Si inizia così.

Ti fa sentire importante, unico, non sostituibile.

Nella baraonda della quotidianità l’amore arriva come un faro che illumina le nostre giornate.

È un cannone che ti lancia nel cielo, ti fa sfiorare le nuvole, ti illude di giocare con le stelle, poi ti butta giù, di botto, di brutto.

Le telefonate che non arrivano. Le frasi che cadono nel vuoto immobile dell’indifferenza, i muri sempre più fortificati in cui ci si rifugia per non chiarirsi. Il display del cellulare diventa un nostro nemico da tenere a bada, si accende e si spegne, insieme alle nostre speranze che oscillano. Quel brillare luminoso che aveva acceso la nostra vita svanisce, non ci lascia nemmeno la cenere per rinascere come fenici.

La verità forse è questa: le persone pensano a noi infinitamente meno.

Infi di quello che crediamo.

Il sapore delle cose

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Quest’anno ho assaggiato le ciliegie più buone del mondo ed è stata la mia rovina. Ogni singola ciliegia che ho mangiato dopo non era mai così saporita, così bella, così dolce come quelle. Aver conosciuto un sapore cosi piacevole mi ha rovinato tutti gli altri. Quelle ciliegie sono diventate un termine di paragone per valutare la qualità delle altre.

Con le persone succede lo stesso. Assaggi le loro vite, emozioni, sogni, desideri, ti nutri del loro corpo, delle loro braccia, dei baci, degli intrecci di mani. Ma se le perdi cerchi invano di sostituirle con qualcun’altro.

Non funziona, anzi, aumenta la malinconia per ciò che è perduto. Soprattutto le donne, quelle dal sapore forte, che ti rimangono in testa tutto il giorno, che ritrovi nelle canzoni alla radio, che la notte ti auguri di sognare.

Quelle donne che non sono uguali a nessun altro a parte se stesse, diverse dalle altre ma piene di sapore.

Se le assaggi succederà come le ciliegie, non troverai sapore in nient’altro.

La vita insipida è facile, monotona, piena di certezze. Per apprezzare i sapori ci vuole tanto coraggio.

Vino da femmine

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Di vino non me ne intendo affatto e in generale non sono una grande estimatrice (ok adesso potete cancellarmi dalla lista “letture radical chic”!).

Una volta durante un pranzo ne ho assaggiato uno, rosso, frizzantino leggero e piacevole che mi ha colorato le guance in fretta. Ho chiesto al produttore di che si trattasse e lui ha risposto: “Certo che ti piace, è biu de femmina”. Intendeva dire che era un vino leggero, che di solito piace alle donne.

Esistono vini da uomini e vini da donne? Non lo so. Esiste un modo di vivere le emozioni diverso tra uomini e donne? Si, credo di sì.

I discorsi di genere sono sempre pericolosi, stabilire chi fa cosa, chi non lo fa, è una sconfitta in partenza. Eppure i dati parlano: le donne amano troppo, fino ad ammalarsi, fino a morire. Amano troppo i partner, gli amanti, i figli, i genitori, gli amici. Spesso non hanno mezze misure. Si lasciano andare alle emozioni del momento, perché la vita in bianco e nero in fondo non ci piace. E il grigio lo odiamo.

Nelle relazioni vogliamo gli arcobaleni, i fulmini, le tempeste, le lagune blu di calma e desiderio. Il silenzio dell’altro lo detestiamo tutte, nessuna esclusa. Anzi forse per noi non c’è torto più grande del silenzio, dell’indifferenza. Vogliamo il movimento, il fluire denso degli eventi, il prendere e lasciare, abbandonarsi e reincontrarsi sempre diversi, sempre nuovi.

Ci ubriachiamo di vita, stando attente a non farci del male, leggere, frizzanti, come un vino da femmine.

L’imperfezione

 

 

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C’è sempre qualcosa che non va, qualcosa da correggere, qualcosa da sistemare.

La gramigna che ricresce, una pianta che soffre, quel lavoro che si rimanda da mesi, la perenne sensazione come genitori di non fare mai abbastanza.

Appena raggiunto un traguardo, non si fa in tempo a goderne che nuove urgenze subito pretendono attenzione.

La televisione, le riviste patinate, le foto scelte accuratamente sui social media, celebrano la perfezione. Gli orti ordinati, i frutti perfetti, le verdure brillanti, le relazioni felici tra due persone che sorridono complici davanti all’obiettivo della macchina fotografica.

Spesso il confronto ci sgonfia. Allora è meglio non guardare gli altri, se questo significa essere infelici.

Io coltivo una bellezza disordinata,  che nella sua imperfezione trabocca di gioia di vivere. Ogni frutto, fiore, foglia, animale è diverso l’uno dall’altro, originale, irripetibile. Ogni relazione è unica,  piena di tesori e di buchi neri.

Non mi importa degli standard. Ci sono sempre stata stretta dentro i canoni decisi dagli altri. Oggi ho voglia di stare nel qui e ora, oggi celebro l’imperfezione.

Il torrente di montagna

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Ieri sono tornata nel bosco, ormai ci vado sempre più spesso. Prima cercavo la giustificazione di “cercare erbe”, ora ci vado e basta, mi fa stare bene. Il caldo della pianura ti soffoca, il vento costante della collina asciuga il respiro. Nel bosco invece c’è una brezza fresca che ritempra l’anima. Finalmente ieri sono scesa al torrente di montagna quasi asciutto visto l’annata di grave siccità. La terra gonfia di acqua e di vegetazione mi ha inondato con il suo soffio freddo. L’acqua era gelida. Ho pensato che se fossi rimasta appesa alle aspettative altrui non avrei potuto sperimentare questa simbiosi sacra. Se avessi continuato a camminare nelle strade tracciate dagli altri, quelli che dicono di sapere cosa è meglio per te, non avrei mai conosciuto per caso quel sentiero che porta al torrente. Sarei rimasta impigliata a camminare nelle paludi altrui, dove l’autenticità sarebbe affogata nelle sabbie mobili del conformismo.

Nel frattempo, seduta sulla riva del torrente, la cicuta mi guardava attenta, lei che di veleni è maestra, non conosce il vero veleno delle nostre relazioni: le aspettative.

Con questo pensiero in testa, ho raccolto un po’ di acqua tra le mani, e mi sono lavata la faccia. Benvenuto Giugno, che profumi di estate.

Da un fiore all’altro. L’amore seriale.

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La grande domanda che mi affligge di questi tempi: perché i miei vicini coltivano solo un tipo di pomodoro? Anzi, al massimo due: quello da conserva e quello da insalata.

C’è qualcosa che loro sanno e che mi sfugge.

Io amo i pomodori, quando ero piccola la nonna a merenda mi preparava il pane con pomodoro, olio e basilico e lo mangiavo ghiotta, anche se mi venivano i puntini rossi vicino alla bocca, che da grande avrei chiamato intolleranza al nichel. Lo amo così tanto che  ne sto coltivando nove varietà, e sinceramente mi paiono pure pochine.

Mi piace la diversità nei campi, le specie diverse che convivono tra di loro, i colori straordinari di un raccolto variegato piuttosto che i grandi numeri di una mono-produzione, di un solo sapore, un solo profumo.

Ecco i grandi numeri non li sopporto soprattutto nelle relazioni, quelle che si stringono per “fare numero”.

Rimango sempre stupita nel vedere con quanta facilità si mette fine a un rapporto per iniziare a coltivarne altri centoventi simultaneamente. Come se le relazioni fossero un mercato, e noi consumatori frettolosi che curiosiamo tra una bancarella e l’altra, assaggiando un pò di qua e un pò di là. O forse la mia è solo una gelosia sotterranea verso chi riesce a chiudere i rapporti in fretta, senza rimorsi, senza ripensamenti, ansioso di esplorare nuovi porti.

Non ci sono mai riuscita, chiudere una storia d’amore o un’amicizia mi ha richiesto lavori di anni e anni, alcune cicatrici poi sono sempre aperte, nonostante tutto l’iperico con cui le ho curate.

Io sono quella che al mercato va sempre dai soliti produttori a comprare, che sono anche un pò amici, che si sono meritati la mia fiducia col tempo. E nelle relazioni ho fatto voto di povertà, nel senso che preferisco averne poche ma buone, anzi ottime. L’essere umano è uno straordinario miracolo, non un oggetto da consumare e buttare via una volta finita la curiosità nei suoi confronti.

Scegliere di chi circondarci è il primo vero atto d’amore verso noi stessi.

 

Ti amo perché esisti.

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La settimana appena trascorsa è stata all’insegna di un vento terribile, che ha spezzato i rami dei pomodori e causato grandi mal di testa. Non avevo baby sitter disponibile così ho portato Brigida con me, nei campi. Lei si diverte tantissimo a contatto con la natura, però io devo seguirla con attenzione oltre che svolgere le mansioni quotidiane indispensabili: seminare, raccogliere, curare, rincalzare, impacchettare, irrigare.. il lavoro con la terra non finisce mai.

Vivo in una nazione dove i genitori come me, quelli che lavorano “in proprio” (così come le migliaia di mamme disoccupate che non possono permettersi di accettare un colloquio di lavoro perché non sanno con chi lasciare i pargoli.. tragicomico vero?), non ricevono nessun bonus di aiuto per l’inserimento al nido, nè agevolazioni di nessun tipo. Anzi, contribuiscono con le tasse a pagare quelle altrui. Questo perché  in Italia piove sempre sul bagnato. (fine momento lamentele,  giuro). Questa premessa per dire ancora una volta che i figli ti cambiano la vita, soprattutto se non hai aiuti di nessun tipo. La strizzano, la stravolgono, la riducono all’essenziale in termini di amici, impegni, soldi, relazioni. Senza contare che a un figlio cerchi di dare quello che tu per primo non hai avuto, il che diventa una missione impossibile. Io ad esempio cerco di dare a Brigida l’amore incondizionato, quell’affetto che si prova indipendentemente da tutto. Sono vissuta nel modello culturale “ti voglio bene perché sei brava”, uno schema davvero pericoloso, che causa frustrazione continua perché  manca sempre qualcosa per ricevere l’amore perfetto degli altri. Te lo devi sudare, te lo devi meritare. Ecco io da oggi voglio amare anche se gli altri non soddisfano le mie aspettative, anche se non se lo “meritano”. Inizio da mia figlia, perché Lei la amo davvero solo perché esiste. Buona festa a tutte le mamme, perché hanno avuto il coraggio di far camminare nel grande vasto mondo un pezzo della loro anima, perché tutti i giorni combattono battaglie che nessuno vede e vanno avanti, sempre  ❤️